Moglie, figlia, amante, donna.
Ma non solo. Artista, militante comunista, anticonformista, donna indomita e vitale, a dispetto di un’esistenza segnata dal dolore, Frida Kahlo non incarna solo l’anima del Messico, ma è diventata un mito che ha catturato l’immaginario collettivo.
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Questa grande artista ha purtroppo conosciuto malattia e sofferenza fisica quando era ancora molto giovane.
Ad appena sei anni infatti, si ammala di poliomielite, ma pur riuscendo a guarire la gamba destra rimarrà meno sviluppata.
In seguito, il 17 settembre del 1925, appena diciottenne, viene coinvolta in un terribile incidente quasi mortale. Un tram travolge l’autobus sul quale stava viaggiando, e nell’impatto un corrimano di metallo le trapassa il corpo.
La ragazza riporta lesioni gravissime e innumerevoli fratture, e deve sopportare almeno trentadue interventi chirurgici.
Un evento questo, che avrebbe distrutto chiunque, ma la nostra Frida, armata delle energie della giovinezza e di una grande forza d’animo riesce a reagire e se pur relegata a letto per mesi, lei inizia a dedicarsi alla pittura. Da questo momento in poi l’arte per Frida Kahlo diventerà un modo per liberarsi dal dolore, la pittura diventa un canale dove trasportare tutte le pene della sua vita.
Inizia dipingendo il proprio volto, e anche in seguito, non abbandonerà mai la forma dell’autoritratto.
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Scrive all’amico Carlos Chavez:

Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me”.

E anche sotto questo aspetto Frida è stata una pioniera, perché ha inaugurato un filone autobiografico molto battuto dalle donne artiste, a partire da Louise Bourgeois fino a Nan Goldin e Tracey Emin, che consiste nell’attingere al proprio vissuto, raccontando ossessivamente la propria vita e i propri traumi.
Nel 1928 Frida conosce quello che definirà il secondo dei grandi incidenti della sua vita, Diego Rivera, un pittore già molto noto, e del doppio dei suoi anni.

MEXICO - APRIL 20:  The Mexican couple, painters Diego RIVERA and Frida KAHLO during a pause in the "fake trial" of Leon TROTSKY. Diego RIVERA, a mural painter and militant in the Mexican Revolutionary Communist Patry had let TROTSKY stay at his home during his exile.  (Photo by Keystone-France/Gamma-Keystone via Getty Images)

Frida, che da pochi anni ha iniziato a dipingere, desidera ardentemente un confronto e un parere di Rivera e gli sottopone i suoi dipinti. Da questo incontro nasce l’amore, e i due si sposano nell’agosto del 1929. Questo matrimonio sarà caratterizzato da un amore intenso e duraturo, ma allo stesso tempo turbolento, fatto di reciproci tradimenti, separazioni e addirittura un breve divorzio.

Frida e Diego sono uniti non solo dalla passione per l’arte, ma anche dalla nascente scossa politica che il Messico ebbe in quegli anni, dopo la rivoluzione. Infatti questa, aveva significato per i messicani la riscoperta orgogliosa delle proprie origini culturali alla base dell’identità nazionale.
Frida infatti, costruisce la sua personalità attraverso l’uso di un abbigliamento etnico, tipico delle regioni messicane, assieme a vistosi gioielli colorati e fiori tra i capelli.

A Parigi, nel 1939, quando André Breton organizza la sua personale intitolata Mexique, la stilista Elsa Schiaparelli crea il vestito Madame Rivera in suo onore, poiché tutti rimasero colpiti dalla sua personalità. In quello stesso anno, Frida presenta una delle sue opere più apprezzate, Le due Frida, opera che nasce in un momento di grande sofferenza causata dalla separazione con l’amato marito Rivera.
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In questo dipinto vediamo raffigurarsi uno sdoppiamento dell’artista, a sinistra una versione di Frida in un abito bianco dalla foggia raffinata e occidentale, a destra una Frida con indosso gli abiti colorati della tradizione messicana. Che rispecchiano rispettivamente la Frida abbandonata, e quella amata da Diego. Le due donne siedono una a fianco all’altra, sulla stessa panchina, ma senza rivolgersi uno sguardo, si tengono per mano e una vena connette i loro cuori.
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Quest’opera è il vissuto di una grande sofferenza interiore, data all’artista, in questo caso, per la separazione. Un dolore che sembra voglia essere eliminato dall’artista che stringe in mano un paio di forbici, che simboleggiano la lacerazione, ma allo stesso tempo anche la volontà di recidere.

La Frida colorata ed amata non guarda la Frida addolorata, appiattita nei colori e sanguinante.
Spesso il dolore diventa una barriera che logora e non consente né una integrazione al proprio interno, né una condivisione con l’esterno.
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Ma l’afflizione che ogni separazione comporta, è parte inevitabile dell’esperienza umana.
E questa esperienza riguarda tanto il rapporto con l’altro, quanto quello con se’ stessi, infatti i cambiamenti e gli sviluppi, costanti nella crescita individuale, richiedono passaggi che implicano sempre dolore. Un processo di distacco da parti di se’ ormai superate, che bisogna necessariamente lasciare andare per fare spazio a nuovi aspetti personali.

Un esempio del dolore dovuto alle mancate maternità, determinate dai traumi risalenti al tragico incidente in autobus, è invece il quadro Il letto volante, del 1932 eseguito a Detroit città che Frida odiava, ma dove restò per rimanere vicina al marito. Qui è dove l’artista ebbe il suo secondo aborto e dove dovette stare ricoverata per tredici giorni.
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Il secondo giorno stava già iniziando a disegnare, prima lei poi un feto. In quest’opera Frida usa una tecnica che ricorda le opere votive messicane, tele di piccole dimensioni dipinte con colori ad olio su metallo con al centro la disgrazia da commemorare. Frida ci appare stesa su un letto dell’ospedale col ventre ancora rigonfio per la gravidanza e il materasso sottostante sporco di sangue. Gli edifici sul fondo evocano il desolante paesaggio industriale della città luogo del drammatico evento. Dalla mano di Frida fuoriescono rivoli di sangue collegati agli oggetti della sua tragedia psicologica, il feto perduto, l’inefficiente struttura ossea del bacino e il fiore e la lumaca che alludono alla sessualità femminile e a un ciclo di fertilità ormai terminato.

Con il passare degli anni, però, la salute peggiora e nel 1953, sotto la minaccia di cancrena, le viene amputata la gamba destra. Eppure il suo ultimo dipinto, eseguito otto giorni prima di morire, è un estremo omaggio reso alla vita. Nell’opera Frida ritrae dei cocomeri che si stagliano, verdi e rossi, su un cielo azzurro e sulla polpa di una delle fette è scritto Viva la Vida.
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Un inno alla vita che nell’ultima pagina del suo diario acquista invece la forma di un addio definitivo:
Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai indietro”.