Terza edizione per me al Torino Film Festival. Un’edizione che è stata un successo di pubblico, ma un flop qualitativo. Per molti, già l’anno scorso era stato pessimo. Non per me. Anche se ho notato la presenza di film impresentabili, c’era comunque un buon numero di opere interessanti che quest’anno è mancato. E per opere impresentabili intendo, ad esempio, “Anuncian sismos”, un documentario non-ricordo-neanche-su-cosa girato malissimo: riprese mosse dall’inizio alla fine, guardabili solo se si è sotto l’effetto di una travelgum.
Il film aveva il merito di porre una questione interessante: Ma il cameraman aveva il Parkinson?

Edizione, la scorsa, che si era conclusa con la vittoria dell’epopea gitana di Jean-Charles Hue: “Mange-tes morts” (Eat Your Bones), film non tra i peggiori, ma nemmeno tra i migliori. Nulla a che vedere con l’edizione meravigliosa di due anni fa, che invece pullulava di opere interessanti e vinta dallo splendido “Club Sandwich” di Fernando Eimbcke.

Ma torniamo a TFF33. Perché non ha funzionato? Innanzitutto, quest’anno grande assenza di un nome importante alla direzione del Festival, affidata in passato ai nomi di Virzì, Amelio e Moretti. Una figura di spicco nel cinema italiano avrebbe individuato meglio un panorama cinematografico di riferimento, i gusti del pubblico contemporaneo, e soprattutto avrebbe destato più curiosità.

Così, come mancava un nome di riferimento anche all’interno della Giuria del concorso, affidata a cinque mestieranti che nessuno riesce a ricordare chi siano. Risultato? Quasi tutte opere pessime, incomprensibili, di autori che esagerano e tendono a strafare parecchio. Oppure opere appena sufficienti, prive di una vera vena autoriale. Mai concorso era stato più imbarazzante ad un Festival. Ma vediamo la mia esperienza giorno per giorno.

Giorno 1:

– “LA FRANCE EST NOTRE PATRIE”: L’anno scorso ho iniziato il Festival partendo da un documentario di un autore orientale: il bellissimo “Storm Children, Book 1” di Lav Diaz. Quest’anno “La France est notre patrie” di Rithy Panh, film di cui ho già parlato. Un film necessario, ma che non tocca certo le vette del film di Diaz.

– “REAL ONIGOKKO (TAG)”: Quest’anno Sion Sono ha portato tre film Out Competition. Possiamo tranquillamente parlare di un Sion Sono Film Festival, visto che è stato praticamente l’unico punto interessante di tutto il Festival. “Tag” è uno strano sci-horror, fortemente influenzato dalla cultura nipponica, che adotta gli stilemi del cinema di David Lynch. Sorprendente e intricato, tiene col fiato sospeso raccontando le tre vite parallele di Mitsuko, tutte destinate a sottostare a eventi tragici e assurdi. Nelle mie intenzioni, avrei voluto vedere anche “Cemetery of Splendour” di Apichatpong Weerasethakul, film che ha fatto il tutto esaurito posti (quindi mi sono ritrovato fuori sala) e che non sono riuscito a recuperare. Dicono sia splendido. Io avevo apprezzato già “Lo zio Boonme che si ricorda le sue vite precedenti”, sebbene fosse un film poco intellegibile da un popolo occidentale. C’è solo da sperare che il successo avuto tra Cannes (da cui proveniva) e Torino venga poi ripagato con la distribuzione in sala.tagGiorno 2:

– “INTERRUPTION”: Opera prima di Yorgos Zois, che avevo già visto a Venezia, dov’era il miglior film della Sezione Orizzonti. “Interruption” è un film che già fa parlare di sé. Piaccia o non piaccia, va visto. Una sola parola: Geniale. Le avanguardie teatrali del Living Theatre ritornano sul grande schermo, inscenando una rappresentazione teatrale con attori scelti dalla platea che, a poco a poco, finiranno per immedesimarsi nella messa in scena di “Oreste”. Ma si accorgeranno di essere imprigionati in un pericoloso gioco al massacro, ideato da un sadico regista.

– “SHINJUKU SWAN”: Secondo film di Sion Sono. Film valido, ma dei tre visti è forse il “meno”, un filino al di sotto degli altri lavori del maestro. E’ un film yakuza che racconta le strade del Giappone contemporaneo, attraverso un’improbabile storia d’amore tra un ragazzo puro di cuore che assomiglia al protagonista de “Il piccolo principe” e una prostituta tossicodipendente.

– “SUFFRAGETTE”: Film d’apertura del TFF33, presentato fuori concorso. Film che chiaramente racconta i primi movimenti femministi nell’Inghilterra del ‘900. Buon film. Bellissima la rappresentazione della vita della classe operaia di quegli anni. Ben fotografato, ben interpretato, ben confezionato. Peccato per la chiusura troppo affrettata, che purtroppo fa sbriciolare un po’ l’intero film. Meryl Streep nel cast, ma fa praticamente la comparsa. Ottime le interpretazioni di Carey Mulligan e Anne-Marie Duff (la Margaret del bellissimo “Magdalene” di Peter Mullan, nonché moglie dell’attore James McAvoy)

Suffragette– “GOD BLESS THE CHILD”: Primo film in concorso. Opera a quattro mani, che ricorda un po’ “Il piccolo fuggitivo”. A metà strada tra finzione e fiction, racconta di una madre che abbandona i propri bambini, lasciandoli alla figlia tredicenne che si troverà ad avere il suo gran daffare tra capricci e pianti interminabili. E infatti tutto quello che succede in questo film è che i bimbi piangono praticamente dall’inizio alla fine del film. Due palloni aerostatici.

– “MIA MADRE FA L’ATTRICE”: Secondo film in concorso. Buon film di meta-cinema. Interessante, ma povero di contenuti. Si regge solo sul fatto che il regista ha una madre con un breve passato di attrice in tre filmetti di poco conto e neanche compare sui credits di questi film. Forse saebbe stato più indicato nella Sezione Onde, che non in concorso.

– “THE DRESSMAKER”: Filmetto patinato con protagonista una sempre impeccabile Kate Winslet. Racconta di un’ammaliante modista che fa ritorno nel suo paese natio, dove da bambina era stata cacciata perché sospettata di omicidio. Cercherà, in tutti i modi, la verità. Buon soggetto, riferimenti al “Marnie” hitchcockiano, ma nell’ultima parte ridicolizza quanto fatto in precedenza, preferendo diventare una storia sul potente potere della sfiga. Non ci siamo.

Giorno 3:

– “THE GIRL IN THE PHOTOGRAPHS”: Mai visto film peggiore. Prodotto da Wes Craven è un horror che non fa assolutamente paura. Attori davvero pessimi. Neanche si rendono conto di stare girando un film. Meglio stendere un velo pietoso sulle dinamiche del plot e sull’assenza di una sceneggiatura. Supertrash.

– “IONA”: Opera seconda dell’inglese Scott Graham, già vincitore quattro anni fa con “Shell” proprio a questo Festival. Un altro dramma sui sentimenti umani, stavolta incentrato su un confronto con il passato. Buon film, ma non incide come dovrebbe, forse a causa di una plotline in alcuni punti davvero poco chiara.

– “IDEALISTEN”: Terzo film in concorso. Film che porta sullo schermo un capitolo importante della storia del giornalismo danese, incentrato sul problema della territorialità della Groenlandia. Opera ambiziosa, ma poco riuscita. Forse perché la regista Christina Rosendahl è solo all’opera seconda ed era un film troppo impegnato per poterlo girare così in fretta e furia. Più che un film di denuncia vero e proprio, sembra un articolo di giornale.IDEALIST_02_Photo-Christian-Geisn--s

– “LOVE & PEACE”: Terzo film di Sion Sono. Il più bello di tutti e di tutto il Festival. E’ un canto natalizio sorprendente e delicato. Ispirato ai film natalizi americani, a Zemeckis e a “Miracolo nella 34a strada”, è figlio di una piacevole cultura nipponica. Nulla da ridire.

– “LA PATOTA”: Quarto film in concorso. Film argentino, remake di un omonimo film di Daniel Tinayre. Storia di una giovane donna idealista che viene stuprata da un gruppo di ragazzini minorenni. Ma, spinta da un senso del perdono, invece di denunciare gli stupratori, decide di andare avanti con la sua vita. Bello il confronto tra giustizia e idealismo, ma poco approfondito.

Giorno 4:

– “THE LADY IN THE VAN”: Film carinissimo dell’inglese Nicholas Hytner, già regista de “La pazzia di Re Giorgio”. Maggie Smith è una barbona dall’ oscuro passato che vive in un furgoncino appostato fuori alla villetta di un tranquillo e complessato scrittore interpretato da Alex Jennings. Uno strano incontro che darà vita a un simpatico intreccio letterario. Ricorda vagamente “Nella casa” di François Ozon.crop_KP_107654_1200x720

– “EVOLUTION”: Film incomprensibile. Immagini prive di dialogo e di un simbolismo indecifrabile. Noiosissimo.

– “HELLIONS”: Visto solo i primi trenta minuti. Altro film incomprensibile e fatto malissimo. Non ho neppure capito cos’era.

Giorno 5:

– “SOPLADORA DE HOJAS”: Film in concorso. Simpatica commedia messicana sulle improbabili disavventure di tre adolescenti, sulla scia di “Moonrise Kingdom- Una fuga d’amore” di Wes Anderson. Scrittura semplice ma divertente, scansione in capitoli, ma un filino povero di contenuti.

– “LO SCAMBIO”: Film in concorso. Vorrebbe essere un thriller psicologico, ma è il classico film italianotto pieno di luoghi comuni. Fatto male. Sembra una fiction Rai.

– “HIGH RISE”: Uno dei film più stroncati di questo Festival. Tom Hiddleston sta per morire. Tom Hiddleston vive in un grattacielo abitato da ricchi sfondati. Fine. Adattamento del romanzo di Ballard, che sembra la copia de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Solo rimontato diversamente, ma è identico per situazioni e inquadrature. Mescola, inoltre, Cronenberg e Pasolini, con citazioni a caso e assolutamente sprovviste di senso. Alla fine, capisce che poteva essere una metafora sulla scala sociale e cerca di rimediare ai non pochi danni fatti. Non riesce nell’intento. Rifiutato da Cannes e da Venezia. Ora sappiamo perché.

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– “COMA”: Un nome, un perché. Film sulla guerra in Libano, che segue l’intimità di tre donne chiuse in una casa. Docu-fiction? Coma. Profondo. Fughe in sala a non finire. In concorso. Un minuto di silenzio, prego.

– “THE ASSASSIN”: Premio della mise en scène a Cannes. Film che ha diviso. La forma estetica è superba. Uno studio sul movimento, che infatti viene dal regista scomposto in una serie di attimi interminabili. Interessante e geniale, ma non per tutti.

Giorno 6:

– “GOLD COAST”: Film presentato in After Hours. Una storia di colonialismo diviene il pretesto per trarne un prezioso tessuto herzoghiano. Film cristologico, filosofico e intriso di simbolismo. Purtroppo sottovalutato da pubblico e critica.

– “LES LOUPS”: Concorso. Visivamente molto bello, buona sceneggiatura. Dialoghi essenziali. Dramma intimista canadese che ha per protagonista una ragazza alla ricerca delle sue origini. Apprezzabile, ma si poteva fare di meglio.
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– “COUP DE CHAUD”: Concorso. Film francese un po’ già visto, in cui recita anche Serra Yilmaz, attrice turca presenza fissa nei film di Ferzan Ozpetek. Plot e tema interessante, ma non appassiona. Colpa di un’assenza di regia.

– “THE WAVE”: Catastrophe movie norvegese sull’imminente arrivo di un’onda anomala. Buon incipit, dialoghi su studi geologici, ma finisce per diventare un film visto e stravisto che perde credibilità. Prevedibile fino all’ultimo e troppi e inutili effetti speciali. Scelto dalla Norvegia come rappresentante agli Oscar. Catastrofe.

Giorno 7:

– “I RACCONTI DELL’ORSO”: Concorso. Opera realizzata mediante crowfunding. Visionarietà furba e ridicola. Sembra non sia piaciuto troppo in giro.

– “MOUNTAIN”: Buon esordio di Yaelle Kayyam. Al pari di “Interruption”, viene dagli Orizzonti veneziani ed è presentato in TorinoFilmLab. Dramma sulla difficile condizione della donna israeliana, imprigionata nel ruolo di moglie-serva. Convince.

– “A SIMPLE GOODBYE”: Concorso. Film cinese riuscito nell’intenzione: rappresentare un nucleo familiare privo di legame empatico. Una figlia silenziosa, una madre indaffarata e stanca, un padre burbero e malato. Una famiglia che non riesce a comunicare. Non ai livelli di “A Simple Life” di Ann Hui, ma comunque commovente.

– “BROOKLYN”: Film ridicolo e assolutamente privo di un personaggio. Saoirse Ronan è irlandese e sogna di emigrare in America. Saoirse Ronan è irlandese emigrata in America e vuole tornare in Irlanda. Saoirse Ronan è irlandese emigrata in America e tornata in Irlanda che vuole tornare in America dal marito. Fine. Visivamente assomiglia forse un po’ a “Splendore nell’erba” di Elia Kazan, ma ha una plotline inesistente. Saoirse Ronan, apprezzata nei film precedenti, è un palo della luce, ma non è colpa sua: è che proprio non c’è un personaggio. Ne è una dimostrazione il fatto che tutti i personaggi, per quanto diversi tra loro, si esprimano tutti praticamente allo stesso modo. Luoghi comuni a non finire sugli italo-americani, errori su usi e costumi e norme di corteggiamento dell’epoca. Scena di “sesso” casta, breve, vestita e recitata malissimo: lui fa il verso di un cavallo imbizzarrito, lei ha il merito di sollevare un’importante questione in questa scena: ma per caso c’era una puntina sul materasso? Poteva valere la pena, ma evidentemente ha preferito farla.

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– “KEEPER”: Dicevano che fosse il più bel film in concorso. Sopravvalutatissimo. Film francese incentrato sulle vicende di una coppia di innamorati adolescenti che si ritrovano improvvisamente genitori. Formeranno una famiglia, lottando contro il parere contrario dei rispettivi genitori. Film piccolo e dardenniano, ma perde interesse negli ultimi venti minuti.

– “JOHN FROM”: Eccolo lì, finalmente. Il mio colpo di fulmine. Praticamente l’unico film in concorso che vantasse una notevole vena autoriale. Film sui turbamenti adolescenziali, sulla scoperta del desiderio erotico, sull’impossibilità di diventare grandi. Un’impronta che ricorda quella di Eric Rohmer e Luis Buñuel. Meritevole.

Giorno 8:

– “COLPA DI COMUNISMO”: Documentario girato in maniera piuttosto elementare e privo di approfondimento. Non c’entrava niente col concorso.

– “THE WAITING ROOM”: Ultimo film in concorso. Film canadese incentrato sulla vita ordinaria di un attore di teatro bosniaco ma emigrato in Canada. Un manuale dell’attore che diviene il ritratto di un uomo sospeso tra passato e mortalità. Ben sceneggiato, ma poco approfondito. Apprezzabile. Oltre alla mia esperienza personale, che non è stato certo delle migliori, si parla bene di alcuni film che non ho avuto modo di vedere: “Just Jim”, “Te pometo anarquía”, “The Garbage Helicopter”, il già citato “Cemetery of Splendour” e soprattutto “The Ecstasy of Wilko Johnson”.

Quanto al concorso, potrei stilare una classifica personale che può essere riassunta come segue:

1. JOHN FROM di João Nicolau (Portogallo)
2. LES LOUPS di Sophie Deraspe (Canada)
3. SOPLADORA DE HOJAS di Alejandro Iglesias (Messico)
4. A SIMPLE GOODBYE di Degena Yu (Cina)
5. MIA MADRE FA L’ATTRICE di Mario Balsamo (Italia)
6. THE WAITING ROOM di Igor Drljaca (Canada)
7. LA PATOTA di Santiago Mitre (Argentina)
8. KEEPER di Guillaume Benez (Belgio)
9. COUP DE CHAUD di Raphaël Jacoulot (Francia)
10. IDEALISTEN di Christina Rosendahl (Danimarca)
11. GOD BLESS THE CHILD di Robert Machoian e Rodrigo Odeja-Beck (Usa)
12. LO SCAMBIO di Salvo Cuccia (Italia)
13. I RACCONTI DELL’ORSO di Samuele Sestieri e Olmo Amato (Italia)
14. COMA di Sara Fattahi (Libano)
15. COLPA DI COMUNISMO di Elisabetta Sgarbi (Italia)