A chi non piacciono i panda? Deliziosi, buffissimi e sorprendente socievoli, questi magnifici cugini degli orsi sono forse gli animali più rappresentativi della cultura cinese (oggigiorno sempre più deprecabile). Quindi l’idea, vecchia di ormai quasi otto anni, di un panda esperto di arti marziali in un universo storico vicino alla Cina feudale doppiato da una leggenda della comicità come Jack Black ha subito scaldato gli animi. E, visto il prodotto finale, anche un po’ il cuore. Perché, insomma, come si fa a non amare Po, forse il personaggio più vicino all’idea di “underdog” dell’intero cinema di animazione?
kung_fu_panda_3_2016_animation_wide_874915615Nel primo film lo vediamo scontrarsi con l’idea che gli altri hanno di sé stesso: nessun panda sovrappeso potrà mai essere un maestro di arti marziali e sconfiggere un feroce ghepardo delle nevi abilissimo combattente. Eppure Po ce la fa. Nel secondo film, Po combatte con il suo passato e con un mellifluo pavone bianco che ha ucciso la sua famiglia: è impossibile che il protagonista riesca a fare i conti col suo passato, sconfiggere il nemico di turno e perdonarlo al tempo stesso. Ma anche questa volta ce la fa. E ora al terzo film, una nuova sfida si presenta di fronte a Po: la minaccia di uno yak maestro di arti mistiche, impossibile da sconfiggere, unito alla comparsa del suo padre naturale (per la gioia del padre oca adottivo), venuto per portarlo fra i suoi simili che non ha mai conosciuto e insegnarli così “la via del panda”.
1446632952_kfp-3-reasons-kung-fu-panda-3-is-importantRiuscirà a sconfiggere l’ennesimo avversario e comprendere chi è veramente? Beh, la domanda mi sembra quasi inutile ormai. Il terzo capitolo della fortunata saga Dreamworks “Kung Fu Panda” supera in prova il secondo capitolo, ma non il primo film originale: “Kung Fu Panda 2”, molto ben riuscito ma molto didascalico e volutamente maturo, falliva il paragone con il primo capitolo, cosa assolutamente indovinabile per una sorta di regola segreta sulle saghe cinematografiche. Kung Fu Panda 3 invece si rialza, si riaccosta alla leggerezza di fondo, a quell’equilibrio fra dramma e comicità che ha reso grande il franchise, e riflette emozionato ancora una volta l’identità del sé agli occhi degli altri, del mondo e di sé stesso e la conseguente accettazione della propria individualità. Cose che magari una persona come Adinolfi, (più fisicamente simile a un panda che a un uomo), che sputò a zero arrogantemente sul film senza aver prima preso visione, potrebbe provare a capire almeno.

P.s. Skadoosh