<<Hergé (il creatore  di “tintin”, nda) sosteneva che più la grafica di un viso è semplice, più il pubblico  può proiettarci  le  proprie emozioni. Sono pienamente d’accordo con lui.>>

A parlare è il regista svizzero Claude Barras, intervistato in merito al suo ultimo film “La mia vita da Zucchina”, storia di disavventure e avventure del piccolo Courgette all’interno di una casa famiglia dopo la morte accidentale della madre alcolista.
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Qui troverà il sostegno e l’affetto che non pensava di poter più avere, fra compagni di disgrazie, adulti pazienti e affettuosi e un primo timido amore nella compagna Camille. Il film, che è entrato di volata in quasi tutte le liste dei migliori film dell’anno successivamente al suo debutto al Festival di Cannes, supera con agilità le barriere che la storia potrebbe porre di fronte allo spettatore attraverso un racconto delicato, ma mai leggero e dei personaggi adorabili e struggenti.
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E’ una favola di innocenza rubata ma non per questo perduta che scalda il cuore agli adulti e la mente ai più piccoli, insegnando l’importanza di valori onnipresenti come l’empatia e la solidarietà. La chiave per entrare nel film sono gli occhi rotondi ed enormi dei piccoli protagonisti, uno più ferito di altri, ma ognuno con una storia, una ferita, un mondo. E un futuro di fronte.

Giudizio spassionato: imperdibile