Un giorno, uscirai dal mio ventre
Questo è sicuro
Quindi, devo cominciare a dirti come sono diventata soldato, con i ribelli
Ascolta bene mentre ti racconto la mia storia,
perché è importante che tu capisca cos’è la vita di tua madre,
prima che tu esca dal mio ventre
Perché quando uscirai non so se il buon Dio mi darà
forza sufficiente per amarti
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Così comincia War Witch (Rebelle), film del canadese Kim Nguyen, nominato all’Oscar per il miglior film straniero nel 2013 (quando vinse Amour di Michael Haneke) e vincitore dell’Orso d’argento per la migliore attrice alla giovanissima Rachel Mwanza al Festival di Berlino.

A parlare è la dodicenne Komona, giovane bambina-soldato coinvolta nella guerra civile in Congo, che incinta del frutto di uno stupro indirizza una lettera al proprio bambino, dove gli racconta tutta la sua drammatica storia. La preoccupazione della ragazza circa il suo futuro di madre, per inseguire il quale ha ucciso, è fuggita e poi si è nascosta, scaturisce dal dubbio circa la sua capacità di amare, tanto più il frutto di una violenza, per lei che l’amore non l’ha mai potuto conoscere.
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Cresciuta in un misero villaggio in Congo, da quando è nata, Komona è stata abituata ai continui scontri armati che imperversano il suo paese. La sua vita prende una piega diversa quando il Capo dei ribelli del Grande Tigre Reale viene a farle visita, costringendola ad assassinare la propria famiglia ed addestrandola a diventare una bambina-soldato. Unica sopravvissuta ad una strage avvenuta nel suo villaggio, Komona è sospettata dai ribelli di stregoneria e per questo portata via dalla sua terra e addestrata ad uccidere. Komona, sottoposta a durissime prove, dovrà rinunciare all’infanzia, alle lacrime, alla pietà e alla compassione divenendo una fredda piccola Nikita. Il suo unico amico è il Mago, un biondo bambino-soldato, con un vissuto analogo al suo. I due ragazzi divengono prima amici, poi innamorati. Ma l’amore non è concesso ai ribelli e deve essere sacrificato.
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Girato con uno stile documentaristico, da cinema neorealista, e ben due anni prima dell’uscita del suo meno riuscito analogo americano, Beasts of No Nation di Cary Fukunaga con Idris Elba e Abraham Attah, War Witch è lo sconvolgente e bellissimo film di Kim Nguyen, un feroce ritratto dell’Africa equatoriale, dove tra la vegetazione locale si nascondono le armi. Un ritratto di una guerra dettata da un odio cieco e insensato che intossica e uccide le nuove generazioni, rendendo il paesaggio naturale ancora più arido e impedendo il germogliare di alcunché. Tutto è proibito nell’Africa ritratta da Kim Nguyen, persino l’infanzia, persino la famiglia, persino l’amore. C’è spazio solo per la guerra. E in questo sguardo cinico soltanto la ricerca della forza di amare rappresenta una via di fuga.

Il film di Nguyen, tuttavia, sa sorprenderci, sa inserire scene visivamente interessanti e dai tratti ora allucinati ora onirici, sa farci sognare un mondo migliore insieme ai suoi giovani protagonisti.
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Pur vagamente richiamando due grandi classici del genere, L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij e ancor di più Giochi proibiti di René Clément, War Witch se ne discosta non solo per lo sfondo completamente diverso, ma per la crudezza della sua rappresentazione. E non è una crudezza fatta di sangue o uccisioni, spesso lasciate fuori campo o messe in scena con uno sguardo passivo, è una crudezza giocata sul contrasto, sull’alternanza di scene di violenza, di primi piani di lacrime e di sequenze di stasi, in cui per un attimo il sogno pare ancora possibile.