Arriva dalla Colombia, distribuito al cinema in agosto e recuperato solo in un secondo tempo, uno dei principali candidati all’Oscar dello scorso anno, peraltro molto apprezzato in giro per i festival.

Insieme al danese Gold Coast, visto fuori concorso lo scorso anno al Torino Fim Festival, El abrazo de la serpiente (conosciuto anche col titolo italiano di L’abbraccio del serpente, anche se molti cinema hanno optato per il titolo originale) del regista Ciro Guerra segna la rinascita di un genere che sembra avere ancora molto da dire, nonostante le numerose trasposizioni cinematografiche, ovvero il film coloniale.
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Nel film di Ciro Guerra ritroviamo la stessa scansione in gesti lenti per quanto riguarda la rappresentazione della vita degli indigeni vista in The New World- Il Nuovo Mondo, lo stesso quadro pittorico di Apocalypto e lo stesso patto di tacita alleanza tra il bianco e l’indigeno visto in Balla coi lupi.

Il film di Ciro Guerra è diviso in due tempi: una storia ambientata nel 1909, l’altra nel 1940. Ed entrambe vedono protagonista Karamakate, uno sciamano unico superstite della tribù degli Indios dell’Amazzonia occidentale, dopo lo sterminio compiuto dai bianchi. Karamakate si è ritirato in solitudine in un orgoglioso silenzio luttuoso nei confronti della sua stessa stirpe. Finché un giorno non viene raggiunto dalla guida indigena Manduca, che gli chiede di curare con le sue arti mediche un esploratore bianco gravemente ammalato, Theo von Martius. Dopo un iniziale rifiuto, dovuto alla diffidenza di Karamakate nei confronti dei bianchi, lo sciamano accetta di guidarli lungo la foresta amazzonica alla ricerca di una rara pianta dai poteri guaritori, la yak runa, nella speranza di ritrovare anche qualche sopravvissuto della sua specie. La convivenza tra i due non è semplice: l’esploratore si mostra amichevole e curioso, Karamakate è invece diffidente e sbeffeggiatore.
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Trent’anni dopo, un altro straniero bianco, stavolta un americano, seguendo il diario di von Martius, decide di intraprendere lo stesso viaggio imbattendosi anch’egli in Karamakate. La nuova visita porterà alla mente dell’anziano Karamakate i ricordi del passato…

Film affascinante e misterioso, a tratti criptico, El abrazo de la serpiente è uno studio antropologico sulla civiltà tribale, dove qualsiasi cosa è sacro e proibito, che ritrae fedelmente la civiltà sudamericana con lo stesso sguardo dell’uomo del Novecento. Il film di Ciro Guerra racconta la perdita dell’identità dell’uomo occidentale all’interno della civiltà tribale, che rappresenta in fondo il suo lato selvaggio e animalesco che- contrariamente a Karamakate- sia Theo che Evan cercano di dominare, finendo però per esserne sedotti. Per trasmettere la stessa sensazione, la regia si avvale del potere di seduzione delle immagini: alberi vertiginosi, la foresta fitta, le profonde acque del fiume, la neutralità del bianco e nero, le musiche penetranti… tutto in questo film contribuisce a trasmettere il senso di spaesamento di fronte alla natura. Il giudizio deve cedere il passo al potere trascinante dell’immagine e la frase nella didascalia iniziale del film, tratta dalle pagine di diario di Theo von Martius risulta emblematica:

Non mi è possibile sapere se l’infinita foresta
ha già intrapreso su di me
il processo che ha portato tanti altri
alla totale e irrimediabile pazzia.