Visto in anteprima durante la rassegna Venezia a Napoli – Il cinema esteso (svoltasi dal 26 al 30 ottobre 2017), Jusqu’à la garde è il titolo del sorprendente lungometraggio d’esordio del trentottenne Xavier Legrand, precedentemente autore del cortometraggio Avant que de tout perdre, nominato all’Oscar nel 2014.

I Besson si stanno separando, e non senza lasciarsi un doloroso passato alle spalle. Ma ancora più doloroso è il presente che stanno vivendo. Da una parte, Miriam, una madre determinata e coraggiosa, dall’altra Antoine, un omone ordinario dall’aria da bonaccione.

La coppia si rincontra in tribunale in presenza di un giudice e dei loro avvocati. Ma l’argomento del giorno non è la loro separazione, bensì la custodia di Julien, il figlio adolescente della coppia.

Entrambe le parti esprimono il loro punto di vista: da un lato Antoine chiede la custodia condivisa di Julien, dall’altro Miriam si rifiuta di lasciar avvicinare il suo ex marito violento alla propria famiglia. E Julien da che parte sta?

coverlgIl giudice legge una lettera in cui il ragazzino dichiara di non voler più vedere il padre. Anzi, “quello”. Così ormai Julien, sua sorella, sua madre e sua zia chiamano Antoine.

Chi dei due dice la verità? Il giudice liquida i due ex coniugi dicendo che valuterà la loro situazione e comunicherà la sua decisione alla prossima udienza.

Già… ma intanto cosa succede in questa famiglia? È qui che il film comincia esplorando le dinamiche che si vengono a creare in seguito ad una separazione. La graffiante mano del regista Xavier Legrand racconta una storia sfortunatamente ordinaria andando a grattare oltre la carta da parati. Ma non prende le parti di nessuno. Lascia che i personaggi escano allo scoperto da soli, che siano le loro azioni a definirli.

In attesa della sentenza del giudice, Antoine sa che può ancora far valere i suoi diritti di padre, può ancora chiedere di vedere Julien (e solo Julien perché l’altra sua figlia, ormai maggiorenne, ha già interrotto i rapporti con “quello”). Non è cambiato niente per Antoine: non sarà certo la separazione a fermarlo, né il trasferimento della sua ex moglie in una nuova abitazione. Il suo furgoncino continua ad essere rigorosamente appostato fuori casa di Miriam. Julien sarà il mezzo con cui cercherà di spiare la sua ex moglie, di indagare i suoi spostamenti, di scoprire cosa dice su di lui.

Julien è suo malgrado costretto ad accettare quella situazione. Eppure non smette di aver paura. Di aver paura che picchi di nuovo la madre, di mentirgli, di restare in silenzio, di tradirsi e di dire qualcosa di troppo. Tra padre e figlio si instaura quindi uno strano gioco di “caccia al topo” e per Julien la situazione diventerà sempre più difficile.

custodyÈ raro vedere un’opera prima così perfettamente riuscita come quella di Xavier Legrand. Gli elementi salienti ci sono davvero tutti: un tema scottante e attuale e una sceneggiatura solida ed essenziale unite ad una regia sorprendente e toccante che dal drammatico arriva infine a sfiorare il thriller.

I genitori protagonisti del film di Legrand sono insieme stereotipati a imprevedibili nella loro umanità. Ma al centro di Jusqu’à la garde c’è soprattutto Julien, con quella sua ansia silenziosamente vissuta che diventa così il vero fulcro dell’intera narrazione. E tanto basta ad emozionarci, a calarci nel ruolo di spettatori impartecipi e impotenti di fronte alla tragedia imminente.

C’è davvero bisogno di aspettare fino all’ultimo per impedire una possibile violenza domestica? Sembra chiedersi il regista.

L’angoscia che questo film riesce a trasmetterci non è quella di Julien e di sua madre Miriam. È quella di tutti noi spesso inconsapevoli testimoni di frammenti di violenza domestica. L’aggressione subita da Julien e la madre è soprattutto psicologica prima ancora che fisica e si nasconde già solo nelle apparentemente innocenti e paterne domande di Antoine. La tensione che il regista riesce a costruire è soprattutto nel silenzio.

Pur chiuso nella sua narratività, Jusqu’à la garde rimane aperto ai diversi interrogativi che ci assalgono a visione ultimata, interrogativi che ci spingono a riflettere sul realismo di ciò che abbiamo appena visto: l’impossibilità di provare gli abusi subiti, il soffocante vivere sotto l’ombra di una minaccia e perfino il dubbio di essere in qualche modo complici di violenza.