1915­2015. Cento anni dalla ferita della Grande Guerra e noi, i figli delle trincee rifiorite, non abbiamo colto l’occasione della pace. Non siamo diventati più forti né saggi, non abbiamo rinunciato a mettere la museruola alla ferocia; viviamo alla giornata, guardiamo al nostro orto, che, in altra maniera, è un morire a poco a poco o un vivere a sorsi.

Mettiamole così vita e morte e troviamo le differenze. Non tutti procediamo in questo modo: vero e per fortuna. Quindi. Che male fa a non pensare al mondo che fu, che male c’è?

C’è che è una pecca non onorare la memoria. Molti di noi hanno avuto un nonno o uno zio che è stato chiamato alle armi, sopravvissuto, se non nella carne, in parole o racconti occasionali: frammenti che ce li restituiscono a pezzi ma integri in dignità. Qualcuno conserva anche le medaglie di quell’orrore che è stato un onore reso alla patria. Cosa resta? ….

Felice, allora, questa ricorrenza, pur all’inevitabile odore di naftalina, perché ci fa atterrare più vicini alla realtà delle cose accadute. I fatti.

Maggio 1915. A quasi dieci mesi dall’inizio del primo conflitto mondiale, l’Italia entra in guerra. Ragazzi, giovani sposi, lavoratori partono verso il fronte; ragazze, giovani spose, lavoratrici restano a casa; le Dolomiti, l’Altopiano di Asiago, il Carso, le rive del fiume Isonzo diventano le pareti di una casa che non c’è più; sogni ed amori tagliati in due, tenuti a pieghe, in un fazzoletto o una foto; giorni in trincea, sotto il tiro delle pallottole, “notti chiare”[1] strappate al tempo perduto alla ricerca di sé, lussi contemporanei che non ci avvediamo più di avere.

Novembre 1918, la Germania si arrende. La guerra è finita. Chi torna è segnato sia nel corpo che nell’anima. Alcuni hanno facce fracassate (“gueules cassées”), altri hanno l’anima in pezzi. Esemplare è l’esperienza di Clemente Rebora, (Milano, 6 gennaio 1885–Stresa,1 novembre 1957), un ragazzo dall’animo gentile e raffinato; quinto di sette fratelli, studia letteratura e musica, si laurea in Lettere; ama Lidia Natus, una pianista russa.

Ha ventinove anni quando parte per la guerra e, all’inizio, vuole credere che non sia vana. Con il grado di sottotenente di fanteria, combatte sul Podgora, nei pressi di Gorizia ed è qui che subisce un forte trauma cranico a causa di un’esplosione di un Obice 305, un potente pezzo d’artiglieria. Da questo momento in poi, l’eterno lo perseguita ( il trauma cranico è anche nervoso, da cui la diagnosi di “mania dell’eterno” ) e la terra non lo appaga più, nemmeno l’amore: nel 1919, a congedo avvenuto, si separa da Lidia Natus.

Nel 1928, arriva l’illuminazione per sopravvivere a tanto orrore: avvicinarsi alla fede cattolica, fino a diventare sacerdote. “Tra melma e sangue. Lettere e poesie di guerra” è una raccolta di lettere e poesie di Clemente Rebora, a cura di Valerio Rossi (Interlinea, 2008).

Si tratta di lettere che il giovane Rebora scrive a familiari ed amici dal fronte e poesie che, a differenza dei “Frammenti Lirici”(1913) non sono state raccolte in un corpus poetico organico. L’atrocità della guerra è presente in ogni pagina. Eccone una.

VOCE DI VEDETTA MORTA[2]

­ Mamma, come nascono i bambini? Quello che non riesci a spiegare ad un bambino a parole ha bisogno di esperienza. Così con la guerra. Chi torna dal fronte non può raccontare ciò che ha visto e vissuto a chi non c’era. Resta l’amore, come àncora di salvezza. Quando c’è.

C’è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni,
tu, uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte, dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla del mondo
redimerà ciò che è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.

Dalla poesia alla musica. Dall’alfabeto della guerra a quello dell’amore. Le parole possono essere usate in circostanze diverse e con diverse ragioni attraversare i secoli ed i luoghi, ma il seme che hanno in comune le fa arrivare dritte al cuore con lo stesso senso. Vale lo stesso per la parola FRODE. Dal greco, THRAY­Ó, rompo. La stessa radice di TRAUMA. La frode, prima di essere un inganno, è una rottura, una frattura tra i desideri e la realtà.

In Clemente Rebora è la terra che rompe il patto verso un avvenire lucente e scaraventa gli uomini al fronte in un “ammazzatoio” che non si può raccontare; nel testo, La Colpa[3], di Daniele Celona, cantautore torinese, è il destino che infrange la promessa di uguaglianza e, senza patemi, fa differenza tra gli uni e gli altri: ai primi, calici ed onori; agli altri, nemmeno il tempo di un ma.

LA COLPA

Hai più lune storte che spasmi
Hai più secondi fini che rimpianti
Non volevo giocare d’azzardo
Non volevo soltanto un enigma in più, e tu?
Quanto invidio i tuoi cinque sensi tutti interi
Quanto invidio i tuoi pensieri così stupidi.
Non peccare di modestia, non è semplice evasione
È il cliché di chi preoccupazione alcuna versa in dote
È la frode del destino che a taluni arride e fa un inchino
Altri annienta senza scuse, senza chiedere permesso
Senza un calice di vino che ti renda ebbro almeno un po’
Ma non conta adesso.
Ma quanto orgoglio che ora ti rigonfia il petto
Che ti cammina sempre a fianco
Come un padre non ti lascia attraversare
Se non hai la mano nella sua, lontano dalla mia.
Ma respiri? Sì. E poi muoverti? Sì.
E allora corri cazzo, usalo il fiato
Corri un rischio che sia uno
Nessuno vince sempre
Nessuno perde sempre
Nessuno vince sempre
Nessuno sceglie sempre


A cento anni dalla Grande Guerra, restano le differenze, le ingiustizie; siamo ancora “tra melma e sangue[4]”. Nessuno è immacolato. Tanto vale concepire “un rischio che sia uno[5]”; questa volta, senza colpa né peccato alcuno.


 

[1]Le notti chiare erano tutte un’alba, Eugenio Montale in “Ossi di Seppia”, 1925
[2]Pubblicata per la prima volta nella rivista “La Riviera Ligure” ( 1917 ) in “Tra melma e sangue.Lettere e poesie di guerra”, a cura di Valerio Rossi, Interlinea, 2008.
[3]Daniele Celona, La colpa, Amantide Atlantide, NøeveRecords e Sony Music, 2015
[4]Viatico, pubblicata per la prima volta nella rivista “La Raccolta” ( 1918 ) in “Tra melma e sangue. Lettere e poesie di guerra” a cura di Valerio Rossi, Interlinea, 2008.
[5]Daniele Celona, La colpa, Amantide Atlantide NøeveRecords e Sony Music, 2015