Ci sono luoghi in cui la geografia non c’entra niente, in cui le anime si incontrano, il tempo non gioca brutti scherzi e il senso fluisce come un filo di olio sul pane: crosta, mollica, un pizzico di sale. Tutto qui. Il sapore servito in orizzontale su una fetta, che poche ore prima era farina.

Il cinema è uno di questi luoghi. Una specie di caverna oscura in cui tutti entriamo alla stessa maniera ed usciamo ciascuno a suo modo, con associazioni, rimandi, ricordi personalissimi, chiamati a venir a galla da immagini che si muovono su uno schermo piatto e luminoso, anche lui, disteso per orizzontale.

“ANTONIA”

https://www.youtube.com/watch?time_continue=17&v=qGWo6-2h488

Sono andata al cinema, qualche settimana fa, per vedere “Antonia”, opera prima del giovane regista Ferdinando Cito Filomarino sulla poetessa e fotografa milanese Antonia Pozzi (1912-1938) e lì ho incontrato anche Dolores Prato (1892 –1983), scrittrice che ha vissuto la sua infanzia a Treia, nelle Marche, e con cui condivido l’effetto che fa guardare ripetutamente certe colline.

Le ho viste tutte e due correre, darsi la mano e andare veloci in bicicletta; poi, immobili come lucertole, scambiarsi risate e prendere il sole sul bagnasciuga. Le ho sentite parlare sottovoce, commentare il detto “il primo amore non si scorda mai” e trovarsi d’accordo nel dire che non è quello a restare indelebile, semmai, è il primo dolore che non va più via. Hanno anche mangiato ciliegie e, con il sole di mezzogiorno, si sono arrampicate per un sentiero, tutto roccia e sassi; poi, a braccia scoperte, si sono messe a fumare una sigaretta, perché quando sei in alto, la libertà parla a voce alta. Al buio e in silenzio, quasi fossimo in un santuario, l’una mi ha portato all’altra, Antonia ha chiamato Dolores.

Come è potuto succedere? Il punto d’incontro nella mia mente è stato quel loro essere creature anomale, curiose del mondo, attratte dalla natura e così ostinate a volerla diversa, più leggera, meno amara. Dolores amante del mare, Antonia della montagna, entrambe legate alla scrittura da una catena di necessità: scrivo dunque vivo. Donne nutrite e avvelenate di solitudine, dotate di una fantasia rampicante, imprevedibili e tragiche come sono le eroine. Morbose, sognanti, ferite.FOTO 1 ANTONIA

Al cinema Mignon di Mantova, per l’anteprima del film “Antonia”, la sala è piena di persone. La proiezione del film è preceduta dalla lettura di alcune poesie della poetessa da parte di Elia Malagò, anche lei poetessa, anche lei alle prese con la  solitudine che vuole avere una voce, farsi parola. Alla fine del film, Elia Malagò dialoga con il regista Francesco Cito e la conversazione che ne segue mi aiuta a completare il ritratto di Antonia, che il film ha già ben tracciato.

Attraverso una lente invisibile, vediamo una giovane donna che cerca, esplora, si interroga senza smalto né ovatta, per arrivare al senso profondo delle cose e della sua vita. Eccola sullo schermo Antonia, interpretata dalla brava attrice Linda Caridi, mentre si muove nella quotidianità, con le mani e i piedi mai in pace, sempre operosi, mossi dalla stessa bramosia di capire e arrivare, fosse in cima alla montagna o all’ultimo rigo di  una pagina. A ventisei anni, con una “disperazione mortale” nel cuore, Antonia sceglie di fermarsi, di trovare pace, finalmente. Noi che, da seduti, abbiamo accantonato per un po’ le faccende domestiche, senza dircelo, muti e complici, sovrapponiamo alle immagini che scorrono ancora sullo schermo una fascetta, tipo quelle che abbracciano le edizioni speciali dei libri, con su scritto trascendente. Vedo e sento tutta qui l’essenza di Antonia e della sua poesia: nell’aver cercato con tutte le forze, fisiche e spirituali, di superare i limiti del visibile, del così è e mi basta, così sembra e mi rassegno.

Ogni ricerca è, in un tempo solo, un dono e un miracolo: sposta l’asticella del possibile più in alto e permette, a chi segue, di partire da lì e non da zero. Con il cuore colmo di gratitudine per quelli che così intendono la loro esistenza e, al buio, per Antonia, esco dal cinema.

Non sono ancora in macchina e il mio pensiero torna a Dolores.  

Attraverso alcune parole chiave, ho scelto dei testi che meglio significano la prossimità fra le due donne nella mia mente e le propongo qui. Il primo testo sarà di Antonia Pozzi, il secondo di Dolores Prato.

 

  1. RADICI
  2. SCRITTURA
  3. SOGNI
  4. FERITE
  5. SOLITUDINE

 

  1. RADICI

 

Le montagne

Occupano come immense donne
la sera:
sul petto raccolte le mani di pietra
fissan sbocchi di strade, tacendo
l’infinita speranza di un ritorno.

Mute in grembo maturano figli
all’assente. (Lo chiamaron vele
laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa
parve loro la terra). Ora a un franare
di passi sulle ghiaie
grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

 

Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
dai vasti occhi i rami delle stelle:
se all’orlo estremo dell’attesa
nasca un’aurora

e al brullo ventre fiorisca rosai.

Antonia Pozzi, Pasturo, 9 settembre 1937

FOTO 2 TREIA

Casa di Dolores Prato, a Treia ( Mc )

“Noi cominciamo ad essere col primo ricordo che riponiamo in magazzino. Il luogo dove si ebbero i primi avvertimenti della vita diventa noi stessi. Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda la mia visione: terra del cuore e del sogno […] Io non appartenevo a Treja, Treja apparteneva a me; essa non mi aveva chiamata, non gradiva la mia presenza per le sue strade, nelle sue chiese:lo vedevo benissimo e anche questo apparteneva a me”,

Dolores Prato da “Giù la piazza non c’è nessuno”

 

  1. SCRITTURA

FOTO 3 PUDORE

“Il mondo veniva verso di me, sfogliandosi come un libro meraviglioso. Qualcuno dice che la meraviglia appartiene agli ignoranti: io benedico la mia ignoranza che continua a rifornirmi di stupore; forse è per magia d’ignoranza che si intravede l’anima delle cose”.

Dolores Prato da “Giù la piazza non c’è nessuno”Dolores Prato

 

  1. SOGNI

La vita sognata

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.

Perchè tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavano in alto –
e così ti parevo più bella.

O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.

Antonia Pozzi, 25 settembre 1933

«Credo che oramai i miei sogni scritti superino di molto il centinaio. Non cominciai subito a scriverli, ne fissavo raramente qualcuno per qualche interesse speciale. A tentare di fissarli subito, appena desta, mi ci portò il rimpianto che ebbi per non avere scritto subito il sogno in cui avevo trovata la verità della morte; bastò che scambiassi poche parole con qualcuno, perché il sogno sfumasse lasciandomi solo la sensazione di una profondità che il mio pensiero non avrebbe mai raggiunta».

Dolores Prato, Sogni

 

  1. FERITE

“Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile”.

Antonia Pozzi da I diari, 4 febbraio 1935

“A capo del convento dove io ero in Collegio, c’era una trinità di monache tutte eguali nella potenza, concordi nel giudizio, sincrone nelle azioni: la Superiora, la Maestra, la Vecchissima Religiosa. In quel convento si faceva un gran parlare di misteri: se si trattava di misteri celesti, il parlare era sereno, ampio, dettagliato; se si trattava di misteri terreni, era un parlare agitato, rapido, più sottinteso che spiegato: erano accenni così sfuggenti da somigliare al gesto di chi tocca qualcosa che scotta. E difatti si alludeva spesso a certe ‘scottature’, non meglio identificate, che ‘il mondo’ era solito dare a chi prendeva soverchia dimestichezza con lui…”

Dolores Prato da “Scottature”

 

  1. SOLITUDINE


Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
Languore della mia capigliatura
Alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
È la curva dei fianchi, ma i ginocchi
E le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m’inarcherò nuda 
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Antonia Pozzi, Palermo, 20 luglio 1929


Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza”…; cominciava così, non so come continuasse, ma finiva con un “giù” lungo e profondo, atroce e dolcissimo che mi capovolgeva. Emozione e felicità.

Il pavimento era la piazza, io il brivido della caduta. Non l’ho imparata la filastrocca; quando tentavo di ricostruirla, arrivata a “giù la piazza”, attimi d’inutile attesa, poi il pensiero come se parlasse, diceva “Giù la piazza non c’è nessuno”. Anche adesso se, nel tentativo di far risorgere il resto, cantileno “Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza” e sforzo una resurrezione che non avviene, di per sé arriva: Giù la piazza non c’è nessuno”.

Dolores Prato da “Giù la piazza non c’è nessuno”

Siamo arrivati in fondo.

Saluto Antonia Pozzi e Dolores Prato con una canzone – di Piero Ciampi- che accompagna una scena del film “Antonia”, con l’augurio per tutti di spingerci al di là, oltre.

PIERO CIAMPI – VA, 1976

https://www.youtube.com/watch?v=zRwaM7bwuQE

 

QUALCOSA in PIÙ

 

SCHEDA DEL FILM
Titolo originale: Antonia.
Regia di: Ferdinando Cito Filomarino
Cast: Linda Caridi, Filippo Dini, Federica Fracassi, Alessio Praticò, Perla Ambrosini, Maurizio Fanin, Hervé Barmasse, Luca Lo Monaco, Francesco Meli, Alberto Burgio
Sceneggiatura: Carlo Salsa, Ferdinando Cito Filomarino
Fotografia: Sayombhu Mudkeeprom
Montaggio: Walter Fasano
Scenografia: Bruno Duarte
Costumi: Ursula Patzak
Produttore: Luca Guadagnino e Marco Morabito
Produzione: Frenesy, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, Faliro House, in ssociazione con BNL Gruppo BNP Paribas, con il sostegno di Regione Lombardia,Lombardia Film Commission
Vendite estere: Curator Films [US]
Paese: Italia/Grecia
Anno: 2015
durata: 96′
formato: 35mm/DCP – colore

Premi e festival
Göteborg Film Festival 2016: Italy in focus
Beirut International Film Festival 2015: Panorama
Filmmaker International Film Festival 2015: Film di Chiusura
Haifa International Film Festival 2015: Panorama
– 50° Karlovy Vary International Film Festival 2015: Competition – Menzione – Speciale della Giuria, 4 luglio 2015
– Torino Film Festival 2015: Festa Mobile

 

UNA VITA IN PILLOLE

ANTONIA POZZI

“Figlia di una famiglia facoltosa – il padre era un avvocato di prestigio, la madre una contessa -, Antonia si accosta alla poesia fin dall’adolescenza. Dopo gli studi classici al liceo Manzoni, si iscrive alla facoltà di Filologia della Statale di Milano. Gli anni universitari saranno caratterizzati da intense e fraterne amicizie, fra cui quella con il coetaneo Vittorio Sereni, ma anche da una profonda depressione iniziata fin dai tempi del liceo a causa della relazione con il professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, di cui Antonia era profondamente innamorata ma che la famiglia osteggiò pesantemente fino a provocare l’allontanamento dei due. Anima appassionata e fragile, Antonia Pozzi restò sempre estremamente vulnerabile sul piano affettivo e sentimentale, riversando i proprio turbamenti nelle poesie di cui riempiva interi quaderni”.

Fonte:

http://www.letteratura.rai.it/articoli/poesia-che-mi-guardi-un-ritratto-di-antonia-pozzi/13601/default.aspx

 

DOLORES PRATO

“Dolores Prato nasce a Roma da una relazione tra Maria Prato e un avvocato calabrese. Viene registrata all’anagrafe il 12 aprile 1892 come «Dolores Olei», nata il 10 aprile di quell’anno da «madre che non consente di essere nominata». Dopo pochi giorni Maria Prato torna sui suoi passi e le dà il proprio cognome. Messa a balia a Sezze, in Ciociaria, la bambina è poi affidata a due zii di Treia, una piccola città del maceratese. Qui vive fino al 1912, istruita prima dagli zii e poi presso l’Educandato Salesiano delle visitandine. Si trasferisce quindi a Roma, e si laurea presso la facoltà di Magistero nel 1918. Nemica del fascismo e decisa a non prendere la tessera del partito, insegna lettere in alcune scuole statali fino al 1927 (a Sansepolcro in Toscana, poi a Macerata e San Ginesio nelle Marche). Dopo un breve periodo d’insegnamento a Milano, presso la Libera Scuola di Cultura e d’Arte di Vincenzo Cento, si stabilisce a Roma. Nei primi anni Trenta prende a occuparsi di una ragazza afflitta da gravi problemi psichici. Finita la guerra collabora con articoli di cultura a diversi quotidiani, tra cui «Paese Sera», e pubblica due libri,Sangiocondo(1963) e Scottature(1967), entrambi in autoedizione. Nel 1980 esce per Einaudi una versione parziale del romanzo Giù la piazza non c’è nessuno. Muore il 13 luglio 1983 in una clinica di Anzio.
Presso Quodlibet sono apparsi Scottature(1996),Giù la piazza non c’è nessuno (versione integrale a cura di Giorgio Zampa, 2009; prima edizione Mondadori 1997) e Sogni (2010)”

Fonte

http://www.quodlibet.it/catalogo.php?A=Prato%20Dolores

 

ALTRE FONTI  

Parole, poesie di Antonia Pozzi, a cura di A. Cenni e O. Dino, Garzanti, Milano 1989

Scottature, Dolores Prato, 1996, Quodlibet

Giu la piazza non c’è nessuno, Dolores Prato, 2009, Quodlibet

Sogni, Dolores Prato, 2010, Quodlibet

http://www.antoniapozzi.it/

http://www.quodlibet.it/

 

RINGRAZIAMENTI

Per Antonia Pozzi, ringrazio il cinema Mignon  di Mantova per avermi dato la possibilità di vedere il film di  Ferdinando Cito Filomarino.

Per Dolores Prato, ringrazio l’attrice Rosetta Martellini dalla cui voce, per la prima volta, ho sentito il suo nome.