Burroughs è sempre stato una delle mie influenze letterarie. Sono sicuro che non l’avreste mai detto. Ma una volta ne ero preso moltissimo, quando studiavo al college, nei primi anni Settanta. […] In parte per il suo approccio sperimentale alla letteratura, e in parte per la sua fiducia nella capacità della parola scritta di contagiare o dominare il lettore mentre lui non se ne rende nemmeno conto”

La citazione è presa da un saggio dello stesso Van Sant sullo scrittore William S. Burroughs, uno dei più influenti autori del XX secolo, molto vicino alla cosiddetta “beat generation” e caso emblematico della maledizione che circonda l’artista ( è ricordato, di solito, per aver ucciso la moglie in circostanze alquanto incredibili ).
In “Drugstore Cowboy” interpreta un piccolo ruolo che, a quanto dice Van Sant stesso, pare esserselo creato “quasi tutto da sé”, in generale osservanza alle forze demoniche sopra citate ( i retroscena sono curiosi, ne consiglio la lettura ). Di fatti interpreta un prete tossico che il protagonista del film incontra quando decide di disintossicarsi, e ricordano così insieme, quasi nostalgicamente, i tempi in cui proprio lui procurava la droga ai ragazzi della sua parrocchia.
Ma veniamo al film. A Portland ( città ispiratrice di Van Sant, già nel precedente “Mala Noche”. Non è certo un caso il cameo dell’attore che, in quello, interpretava il co-protagonista Johnny  ), una piccola banda di ladruncoli si fa riconoscere perché il suo obiettivo sono le farmacie ( “drugstores” ), a motivo del più diretto contatto con le sostanze stupefacenti. Sono capitanati da Bob ( Matt Dillon ), protagonista “formativo” della vicenda, ossessionato a tal punto dalla perfettibilità delle rapine da non riuscire a soddisfare la moglie ( Kelly Lynch ), e così, a maltrattare il suo migliore amico ( James LeGros ) e la sua fidanzata ( Heather Graham ). Inseguiti da un poliziotto ( James Remar ), e da loro stessi, essi trovano nella droga il punto d’infermità oltre il quale la realtà prende senso, e in quello stesso principio, ne colgono la bellezza intrinseca. Al confine però, c’è la vita, composta biologicamente e socialmente, e contro di essa non ci si può non scontrare.
Da un romanzo autobiografico di James Fogle, il film risponde ad un’esigenza di confronto reale con il disagio esistenziale di una specifica classe umana. La presenza di Burroughs ne è la conferma. Che provenga dalla generazione “beat” è la base di partenza per un discorso che si fa in primis ironico e distaccato, poi nostalgico e spirituale. L’affinità tra lui e Van Sant è evidente: un suo cortometraggio intitolato “The Discipline of D.E.” del 1977 è ispirato all’ omonimo racconto, “A Thanksgiving Prayer” del 1990 ne rimpingua il favore, e inoltre gli si deve il disco “William S. Burroughs : The Elvis of Letters”.
Ma l’affinità più evidente si rintraccia in quella, forse più consapevole in Van Sant, “capacità di contagiare o dominare” che rispecchia la loro condizione di artisti. Cantori del brutto che diventa bello, seguaci del male in onore del bene. E’ in quel prete tossico che i due convergono: un ruolo, come detto, inventato dal nulla, costruito a fatica ( in produzione riscritto più volte ) sulle spalle di Burroughs, che si concede una battuta che al dire di Van Sant “è stata forse una delle lotte più dure della mia vita” in quanto a discussioni con le grandi produzioni per inserirla ( rimando al video qui sotto ), e che, in ultima analisi, traspone la portata ideale dei due, facendosi punto di congiunzione e anche sospinto passaggio di testimone.