Il bullismo è un atto di violenza quotidiana, sempre là sotto i nostri occhi o sulle righe di pagine di giornali. Lo sa bene Stefano Simone, che ne ha tratto ispirazione per il suo lungometraggio Fuoco e fumo, in cui si racconta il bullismo presso il mondo teenager. E il suo è probabilmente il primo film italiano a trattare l’argomento, sebbene nel cinema straniero la trattazione del tema abbia raggiunto talvolta gli estremi di Elephant di Gus van Sant o di Polythéchnique di Denis Villeneuve, che mostravano gli effetti del bullismo nell’ambiente scolastico. Ed è proprio nell’ambiente scolastico che Stefano Simone decide di ambientare la sua storia.
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Per questo film l’autore sceglie di trattare un tema sociale, approfondendo altresì il discorso sulla violenza, pur ponendo l’accento decisamente sul tema.
Il titolo del film si rifà a una frase di Benjamin Disraeli (Il coraggio è fuoco, il bullismo è fumo) e viene giustificato dalle convinzioni che muovono la regia del film.
Ambientato in una Manfredonia fuori dal comune, fatta perlopiù di esterni, dove sotto il sole caldo si consumano storie di ordinaria violenza presso un gruppo di giovani ragazzi che si trovano a confrontarsi direttamente col bullismo, vivendolo sulla propria pelle. Un ragazzino omosessuale viene tormentato da un gruppo di bulli, stessa sorte tocca ad una coppia etero.
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Non conosce vere distinzioni il bullismo nell’ottica del film. E non vengono indagate le cause ma piuttosto le conseguenze. L’inosservanza di un atto di violenza ordinario può causare squilibri ben più importanti nell’odierna società. E a farne le spese sono soprattutto i più giovani, che vivono questa realtà in prima persona. Questo è l’aspetto più didattico del film. Ed è interessante il crescendo che il film riesce ad instaurare lavorando continuamente sulla nozione di causa-effetto.
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Ma in questo racconto di formazione, che sceglie una regia da cinéma-vérité quasi fosse un docu-fiction piuttosto che un film di finzione vero e proprio, impiegando molta camera a mano e giovani interpreti a cui si è scelto di dare la massima libertà di movimento per conferire maggiore realismo alla rappresentazione messa in scena, l’autore sceglie di raccontarci piuttosto la violenza che non si vede. Quella che avviene di nascosto, in luoghi isolati, lontano da qualsiasi sguardo del mondo adulto e tra i soli diretti interessati. E la sceneggiatura giustamente si preoccupa di sottolineare soprattutto questa scelta, mostrando l’estraneità ai fatti da parte del mondo adulto Ma la violenza raccontata da Stefano Simone non è psicologica o social. È fisica, fatta di pugni di calci, di corpi in lotta, di dolori muscolari e di volti insanguinati. Per questo, si susseguono nel film scene di inseguimento, sottolineati da un tema musicale incalzante. E il corpo rappresenta una costante su cui ruota il film intero. E il corpo ferito è abbandonato a sé stesso a girovagare nei campi, in un paesaggio di mancata solidarietà.