Inferno ci offre un’esemplare chiarificazione sul potere del mezzo cinematografico e, più in particolare, sulla rappresentazione visiva ad esso connessa. L’ultimo lungometraggio di Ron Howard risulta indubbiamente un eccellente prodotto godibile, ad alto tasso di spettacolarità e dall’inattaccabile cura tecnica. Un film perfetto per la massa, anche se è da tempo che la sala cinematografica ha cessato di essere il luogo privilegiato per l’intrattenimento.
Resta pur vero che il cinema attira molti più spettatori di quanto un libro non lo faccia con i lettori, soprattutto in Italia. Di conseguenza, il film avrebbe potuto (per non dire dovuto) infondere nello spettatore tutte quelle domande e riflessioni (oltre che una certa dose di cinismo e spaesato terrore) abilmente illustrate nel romanzo, relative al problema principale suggerito dalla vicenda, e cioè la sovrappopolazione globale come causa principale di gran parte delle crisi (economiche, sociali, culturali) che attualmente l’umanità intera sta vivendo.angels_demons46Bisogna ammettere che la radicale posizione esposta da Dan Brown, sebbene possa essere giustamente dibattuta e forse smentita, risulta interessante e sotto certi aspetti addirittura fondata. Ma non è questo il punto. A contare sono le modalità di dibattito della questione. Questi dubbi, queste ciniche riflessioni sulla possibilità che tra soli 40 anni il mondo sarà popolato da più di 30 miliardi di persone, nel libro vengono descritte con lucidità, con obbiettività, senza troppo clamore o artificiosità, sostenendo i ragionamenti dei personaggi con dati statistici e prove concrete, che portano inevitabilmente ad una rielaborazione personale.

Sebbene anche il romanzo stesso deve essere comunque incasellato come un’opera d’intrattenimento, della medesima tipologia tipica dei tre precedenti capitoli relativi alla saga di Robert Langdon (Angeli e demoni, Il codice da Vinci e Il simbolo perduto), ha per lo meno il pregio di porre un forte interrogativo al lettore, grazie alle modalità con cui viene impostata la narrazione. Niente di tutto ciò sopravvive nel film, il quale presenta tutta la vicenda attraverso il filtro dell’action movie esasperato, che di fatto rarefà e rende artificiosa la storia. Il risultato è di quelli già visti: lo spettatore, che non riesce ad accettare come verosimile una vicenda fin troppo contaminata dall’artificio creato tramite il mezzo cinematografico, è portato a focalizzarsi maggiormente sul lato concitato della vicenda, concentrandosi prevalentemente sulla scena in atto piuttosto che sull’osservazione attiva del film, tenendo ben presente tutta la posta in gioco.

Tom Hanks and Felicity Jones star in Columbia PIctures' "Inferno."

Ciò che interessa allo spettatore non è la base ideologica e concettuale che sorregge Inferno, ma l’intrattenimento da cui ne deriva, generato prevalentemente dall’ottima commistione di due generi, il film d’azione e il thriller. A dimostrazione di tutto ciò, la semplice consapevolezza di quanto la sceneggiatura di David Koepp si discosti enormemente (al di la del finale) dal romanzo: Dan Brawn ha intessuto una narrazione molto statica, riflessiva e incentrata sulle deduzioni del più famoso professore di Harvard, caratterizzando il tutto con inseguimenti e scene adrenaliniche ridotte al necessario. Per non parlare delle numerose morti, presenti in gran numero nel film ma del tutto inesistenti nel libro.
Ancora una volta l’uso incosciente del mezzo cinema ha portato allo stravolgimento narrativo e tematico di un libro intero. Mai come al termine della visione di Inferno, si deduce che non conta solamente ciò che si vuole raccoltamente, ma anche il come lo si vuol fare. Soprattutto al cinema.