Un uomo chiamato Jesse James (Brad Pitt) si dondola adagiato su una sedia di legno, immerso completamente nei propri pensieri. Osserva incauto la propria vita disfarsi di minuto in minuto, pur circondato dagli affetti più cari. Chi è Jesse James? Perchè questa maledizione?
Siamo nel 1881, e il più noto criminale d’America si chiama proprio Jesse James. La sua banda ha compiuto una serie di rapine che gli hanno assicurato l’ingresso nell’olimpo dei personaggi fumettistici dell’epoca. Uno dei tanti accaniti lettori si chiama Robert Ford (Casey Affleck), un giovane compaesano che da lì a poco avrebbe consegnato entrambi al Mito.
Il film ripercorre l’ambiguità del loro rapporto, concedendo ad entrambi, in pari misura, un’impegnato scavo psicologico, la cui forza si carica della responsabilità di un confronto diretto e spregiudicato con il Mito, appunto.

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Ci erano già passati grandi autori come Henry King (” Jess il bandito”, 1939), Fritz Lang (“Il vendicatore di Jess il bandito”, 1940), Samuel Fuller (“Ho ucciso Jesse il bandito”, 1949), e Walter Hill (“I cavalieri dalle lunghe ombre”,1980), solo per citarne alcuni. Ma questa volta è chiaro l’intento di non volerne fare un western. Non ci sono presagi di libertà, non ci sono grandi spazi in cui si sente il venir meno della cosiddetta “legge”. Anzi, il luogo è progressivamente sempre più chiuso. Dalla contea di Clay, si passa per le numerose case di Jesse, a quella dei Ford, e infine nell’ultima e più famosa, quella dell’assassinio, in cui il caldo polveroso tipico delle terre desolate dei western diviene caldo afoso e opprimente all’interno di quattro scarne mura. Ed è una legge altra, quella di Jesse, che domina impietosa.
E’ una scelta stilistica notevole, quella di contrassegnare le circostanze con una fotografia (Roger Deakins, nominato all’Oscar quell’anno) restringente, dal sapore intimo, che tocca con grazia i personaggi, per lasciare a loro il compito farsi conoscere. Ma la prospettiva fondamentale è il dualismo esplicito con cui Dominik pretende di osservare i fatti: la medesima radice che li unisce, li divide proprio nel diverso modo di approcciarsi al Mito, i cui germi spingono l’uno a guardarlo con ammirazione, l’altro a distanziarsene con ragione. Forse però entrambi, nel farci i conti, faranno la stessa fine.

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Il fascino irresistibile di Jesse James esercita sul timido e inquieto Robert Ford i più inspiegabili sconvolgimenti interiori, primariamente attrattivi, in cui il desiderio di identificazione mostra i segni della perversione, e solo poi repulsivi, proprio laddove essa capovolge l’iniziale natura mitica dell’ oggetto in umana conflittualità, autorelegandosi in un profondo sentimento di decostruzione personale, e poi etica.
Ma è questo il punto. La decostruzione mitica discorda da quella etica. Ford è il paladino della giustizia, colui che ha sconfitto il famoso bandito Jesse James. Esso è anche però il “codardo Robert Ford”, traditore che colpisce alle spalle. La storia ne ha decretato la fine, la giustizia una sentenza incorruttibile. Sarà forse Dominik a cambiare le cose?
Probabilmente no, ma la lezione di cinema è passata. Si tratta di un revisionismo educato, che si destreggia abilmente tra il rischio di un vano psicologismo e la rigidità inscalfibile della realtà storica, e si propone deliberatamente nei modi del suo “codardo” protagonista: è pronto a tradire la tradizione, ma perchè vi è costretto.