Solo dopo la seconda o addirittura la terza visione, “Le confessioni” di Roberto Andò inizia ad assumere un profilo sufficientemente concreto. In effetti, il film è estremamente complesso, articolato e patinato, soprattutto nell’atto espositivo della vicenda, che non assume mai connotati drammaturgici effettivi e stabili. La storia, apparentemente, sembra non esserci, fatta esclusione per qualche tratto narrativo basilare e necessario.
E in un certo senso, è proprio questa incomprensibilità contenutistica, resa evidente soprattutto dai dialoghi, ad essere il pregio effettivo dell’opera.
41309Andò si pone come obbiettivo la rappresentazione di una realtà sociale: la politica, del tutto estranea alla dimensione dell’etica, che viene governata e determinata dall’economia, e non il contrario (come dovrebbe essere). Alla luce di questa concezione, è facile capire come “Le confessioni” sia un film fortemente relegato alla realtà oggettiva, e non ad una dimensione astratta. Molte prime impressioni infatti hanno parlato di un concetto estremamente bizzarro, connaturato all’interno della dimensione filmica: la metafisica. Come se il regista avesse deciso di trattare temi filosofici, teologici o comunque appartenenti ad una disciplina instabile ed imprecisa, invece che ad un tema saldo è rigoroso come l’economia. E’ opportuno quindi operare una netta distinzione fra il cosa e il come: infatti, in un certo senso, Andò utilizza espedienti narrativi criptici, in particolare la sceneggiatura ricca di dialoghi concettuali, mentre il tema toccato è estremamente, quasi banalmente, connesso alla dimensione oggettiva. Una concretezza che Andò non rinuncia a denunciare, nella sua intima perversione e degenerazione causata dalla distanza con l’azione idealizzante (l’etica appunto, da troppo tempo assente in politica). Una volta accettata questa riflessione, è facile capire come il termine “metafisica” sia, se accostato al film, estremamente generalizzante. Un concetto riscontrabile solo nella forma, e non nel contenuto.

confessioniQuello che emerge dai vari incontri, dialoghi e pensieri dei personaggi scaturiti dall’immaginazione di Andò, è una politica economica sconosciuta dall’opinione pubblica, una politica economica che, se venisse scoperta, potrebbe addirittura far crollare il sistema democratico occidentale, insieme a tutte le nostre più confermate sicurezze. <<La sovranità degli stati non esiste più>>, <<La democrazia è una menzogna, i parlamenti sono retti da anime morte>>, <<Gli abbiamo tolto la speranza. Diamogli almeno l’illusione>>. Tutte frasi presenti nel film, in grado di raccontare come i valori di autonomia, di libertà d’espressione e di benessere siano in realtà il frutto dell’illusione orchestrata da un numero ristretto di individui, in grado di manovrare come burattini i politici di tutto il mondo, decidendo in base ad oscuri intenti quale nazione possa usufruire della stabilità economica e quale no.le-confessioni-roberto-ando-toni-servilloMa la massima che più rappresenta il senso ultimo del film è <<Per poter costruire, bisogna distruggere>>, in grado di dar voce e forma a ciò che il pensiero capitalistico ha bisogno per poter sussistere. Una linea guida di un gruppo di banchieri alle prese con una manovra economica che determinerebbe il benessere di alcuni in sfavore della crisi sempre più profonda di altri. Quella che in economia si chiama: distruzione creativa.
L’universo diegetico costruito da Andò, saturato da figure completamente connesse al mondo dell’economia, viene penetrato da due individui insoliti per la cornice in cui sono collocati: il monaco certosino Roberto Salus (Toni Servillo) e la scrittrice Claire Seth (Connie Nielsen). Un’intromissione che genera la base ideologica su cui l’intero film si regge: il violento scontro (concettuale) tra politica ed etica.le-confessioni-prime-foto-e-teaser-trailer-del-nuovo-film-di-roberto-ando-v3-256075-1280x720Attraverso le azioni di questi due personaggi, Andò lancia un monito idealizzante al mondo della politica, affermando come sia possibile ancora oggi fare economia svincolandosi dal pragmatismo ma accostandosi all’idealismo. La scelta di attribuire la professione di scrittrice e di monaco (per quanto quest’ultima possa essere considerata una professione) non è casuale: due ambiti che trovano supporto tramite un immaginario precostituito, nella fede, negli ideali e buoni propositi. Gli stessi valori, riconducibili al campo dell’etica, che andrebbero impiantati all’interno di un ambito corrotto e degradato come quello economico.

Perché concretamente, il significato ultimo de “Le confessioni” è proprio questo: porsi degli interrogativi in merito alla situazione sociale europea, unificando il concetto di politica con quello di etica, quest’ultimo posseduto e trasmesso dai due protagonisti. In questo caso, il regista si rapporta con pessimismo al tema, consegnando allo spettatore una costante sensazione di disagio. Perché quando iniziano a scorrere i titoli di coda, lo spettatore attento dovrebbe porti un’unica domanda: quella che mette in scena Andò, è effettivamente la nostra realtà, o solo una sua esagerata e manovrata esagerazione?