Probabilmente William Shakespeare sarebbe stato pienamente soddisfatto del “Macbeth” di Justin Kurzel. Questo perché, se si esclude la ben più nota trasposizione di Orson Welles, Kurzel offre una delle versioni più fedeli della famosa tragedia elisabettiana, riproponendo parola per parola il testo shakespeariano sia nella drammaturgia che nei dialoghi, ripresi tali e quali con tanto di latinismi. Vi accosta una messa in scena moderna, perfettamente curata, godibile, potente. Tutto questo sembra suggerire, molto semplicemente, il (titanico) intento del regista australiano di dare forma al dramma, ai personaggi e alle ambientazioni partorite dal genio del drammaturgo inglese nella maniera più accurata possibile, esattamente come le aveva immaginate William Shakespeare all’interno della sua splendida mente. Una volta accettate queste supposizioni, automaticamente si accetta anche l’impostazione completamente teatrale e, se vogliamo, anti-cinematografica, da cui il “Macbeth” di Kurzel dipende indissolubilmente.
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Eppure, lungo tutto il procedere della pellicola, sono disseminati qua e la piccoli (si fa per dire) escamotage che di anti-cinematografico hanno ben poco. Kurzel fa ricorso a evidenti strumenti tecnici tipici della settima arte, nel tentativo di far emergere una seppur labile parvenza di contenuto tematico, di riflessione estetica. Concettualmente, il regista sembra voler rilevare, attraverso il potenziale comunicativo delle proprie immagini, una continua sensazione di contrasto all’interno della triste vicenda vissuta dal (tragico) eroe shakespeariano, un’opposizione visiva che, possiamo solo supporre, cerca di rappresentare il brusco passaggio emotivo/morale, o di qualsiasi altra natura immaginiate, intrapreso da un Macbeth bramoso di potere. Sono tre questi strumenti tecnici di cui Kurzel si serve.
machbetInnanzi tutto, una fotografia fondata sull’opposizione, ad opera di un competente Adam Arkapaw (già visto come direttore della fotografia nella prima stagione di “True Detective”), che ci offre la visione delle uniche due battaglie presenti in pellicola in due modi completamente opposti: la prima con un utilizzo di filtri che mira al bianco, la seconda invece al rosso, allo stesso tempo metafora di tutto il sangue innocente versato per la conquista del trono, ma anche della candida e limpida purezza iniziale sacrificata ad una peccaminosa colpevolezza conclusiva.

Secondo, il montaggio. Prima fluido e regolare, quasi classico, sottomesso alle regole più canoniche, poi frenetico, volutamente impreciso, quasi paragonabile ad un vortice sconclusionato di immagini. Un’assenza di regolarità che non può che richiamare il brusco passaggio (ovviamente contrastante) dalla ragione e lucidità alla pazzia e all’irrazionale brama di potere.o-MARION-COTILLARD-LADY-MACBETH-facebookInfine, non poteva mancare la regia dello stesso Kurzel, in grado di instaurare un coinvolgente dialogo con lo spettatore. Finchè in almeno uno dei due vive il rifiuto dell’atto criminoso o il sincero pentimento del peccato (che porta alla morte), i protagonisti, interpretati da due strepitosi Michael Fassbender e Marion Cotillard, vengono filmati in inquadrature sempre differenti, sempre separate, opposte da un capo/controcapo giustificato dall’iniziale e finale divergenza d’opinioni, ma ammessi a congiungersi in un unica ripresa grazie alla vicendevole accettazione dell’Hybris, l’atto violento e traditore. Un’espressività comunicativa che dimostra, oltre che l’evidente efficacia stilistica e pregiatezza estetica, una matura comunione d’intenti che trova concreta realizzazione attraverso l’azione corale del mezzo cinematografico.

In conclusione, siamo di fronte ad un ‘opera degna del proprio nome, nostalgica ed affascinata dalla propria dignitosa origine, ma allo stesso tempo ricca di freschezza ed entusiasmo per le possibilità stilistiche che vengono offerte da una forma d’arte diversa (ma non poi così tanto), per poi donare vitalità ad un testo, certamente eterno, ma probabilmente non più apprezzabile dal (grande) pubblico contemporaneo.