Mustang è una parola dalle origini oscure, che è passata di lingua in lingua. Una parola inglese che deriva probabilmente dallo spagnolo mesteño, che significa non domato. Così sono le cinque protagoniste dell’opera prima della regista turca Deniz Gamze Ergüven, presentata a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, poi scelto dalla Francia come rappresentante all’Oscar per il miglior film straniero. Al momento è entrato nella short-list dei nove film, in attesa di sapere se entrerà nella rosa dei cinque candidati ufficiali. Il che è molto probabile, visto il successo riscosso dalla pellicola che, tra l’altro, è già candidata ai Golden Globe come miglior film straniero, sebbene dovrà vedersela con l’agguerritissimo Il figlio di Saul dell’ungherese Laszlo Nemes.
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E se fosse stato presentato in concorso a Cannes l’anno scorso avrebbe sicuramente conquistato i giurati dell’edizione precedente, e in particolare Sofia Coppola, viste le non poche affinità con Il giardino delle vergini suicide.

In un villaggio costiero turco vivono Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay. Le cinque sorelle protagoniste sono orfane dei entrambi i genitori e vivono con la loro nonna.

Estate. È tempo di vacanze, il tempo felice tanto atteso da tutti i ragazzi…ma non per Lale. La ragazzina ha appena appreso a malincuore che la sua insegnante preferita l’anno prossimo non ci sarà più: si trasferirà in città, ad Istanbul. Passato questo momento, le ragazze si propongono di trascorrere un’estate al culmine della spensieratezza, decise a godersi questa bellissima fase della loro vita, che è la loro giovinezza. Fanno il bagno vestite, giocano in acqua con i maschi, rubano dei frutti dal terreno di un loro vicino… Un’estate all’insegna della voglia di vivere e della ricerca della propria identità come quella vissuta dalle protagoniste di Spring Breakers di Harmony Korine.Tugba_Sunguroglu_Ilayda_Akdogan_Doga_Zeynep_Doguslu_Elit_Iscan_and_Gunes_Sensoy_in_MUSTANG.photo_courtesy_Cohen_Media_Grou-1Ma per le cinque sorelle questa estate è solo un sogno impossibile: il loro comportamento troppo “moderno”, infatti, desta scandalo nel piccolo e gretto villaggio entro cui vivono. Tornate a casa, la nonna è decisa a metterle in punizione. Ma sarà lo zio a scegliere la punizione per loro più adeguata: resteranno chiuse in casa finché non verranno promesse a dei pretendenti mariti per espiare la colpa commessa. Nonostante le ragazze siano titubanti, la nonna sostiene che siano grandi abbastanza, che questa sia il solo modo che gli consentirà di diventare donne. Ma la forza del sogno di libertà di queste ragazze, indomabili come cavalli, è tale da portarle a desiderare sempre di più la fuga in città, un desiderio che si trasformerà in un obiettivo da raggiungere.

Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay avrebbero tutte le ragioni di essere libere: libere dall’autorità genitoriale, libere dagli impegni scolastici, libere dai vincoli matrimoniali… eppure questa libertà, che spetterebbe loro di diritto gli viene negata, e vengono costrette a vivere tra le mura di casa, creando un microcosmo di giovani adolescenti alla ricerca della libertà. A tenerle a bada c’è la presenza fisica della nonna.Mustang_3-0-2000-0-1125-cropQuesto piccolo microcosmo è, però, inglobato dal luogo, dalla prigione fisica in cui esse si trovano: la loro casa. Le mura domestiche divengono, così, un impedimento che ostacola l’esperienza sensibile, la conoscenza del mondo esterno. Una situazione che può ricordare quella vista nel film Kynodontas di Yorgos Lanthimos. Anche lì era la scoperta di sé a determinare l’uscita dalle mura domestiche. A sua volta, la casa è inglobata nel microcosmo più grande, la vera prigione da cui le ragazze cercano la fuga: il villaggio. È un villaggio di pescatori, di pochi abitanti, più vecchi che giovani, dove tutti si conoscono, quindi vige una mentalità arcaica, lontana anni luce da quella più evoluta della città. Tre microcosmi che si inglobano a vicenda, come in un gioco di scatole cinesi. Questa è la realtà rappresentata da Deniz Gamze Ergüven. Ed è qui che Istanbul comincia ad essere presente nei dialoghi delle ragazze, evocata più volte, vista come luogo dove può avverarsi il loro sogno di libertà. Due grandi microcosmi, dunque: il gretto paesino e la città. Due facce, una più nascosta, di una nazione: la Turchia.

Non è la prima volta che un film proveniente dal Medio Oriente illustra due microcosmi che convivono apparentemente pacificamente nello stesso territorio. È successo già con Una separazione di Asghar Farhadi, dove lo scontro tra due coppie diventava sinonimo dello scontro tra due diverse mentalità. Ma il film che, da questo punto di vista, più assomiglia a “Mustang” è sicuramente E ora dove andiamo? di Nadine Labaki: il villaggio, lo scontro sotterraneo, la centralità del potere femminile…Va infatti notato che il potere a cui sono soggette le ragazze non è tanto patriarcale, ma più matriarcale, come testimonia la presenza ingombrante della loro nonna. La casa delle cinque sorelle non è poi così diversa da quella del convento ritratto da Peter Mullan nel suo Magdalene. Il potere a cui sono soggette è qualcosa di più sottile, ma, nello stesso tempo, è inaccettabile a causa del loro carattere libero.
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La regista, però, relega i personaggi di contorno sullo sfondo, ponendo in primissimo piano le cinque sorelle. Inizialmente, possono apparire un po’ tutte spersonalizzate. Questo è perché nessuna di loro ha un carattere già definito: si definiranno tutte un po’ alla volta nel corso del film. E probabilmente noi non le conosceremo mai a pieno. Questo è perché il film inizia con l’adolescenza e termina con una prima presa di coscienza, che sarà forse solo un primo passo verso la crescita effettiva. In sostanza, il microcosmo rappresentato è un mondo sospeso.

“Mustang” è un film sui luoghi, sui luoghi fisici, su come questi siano vissuti, sulle dinamiche che creano e sulle reazioni che innescano.

Pur carente di ritmo visivo, “Mustang” è un film che usa una narrazione semplice, con una mdp sempre così vicina ai personaggi da far sembrare ogni minuto un frame rubato di vita casalinga. L’elemento visivo che spicca di più è sicuramente la fotografia, che spesso sceglie una luce debole ma dalla sorgente forte, quasi abbagliante, dando al film la forma di un sogno ad occhi aperti.