L’humus narrativo di Omicidio al Cairo, ultimo lungometraggio diretto dal regista svedese (di padre egiziano) Tarik Saleh, è la torrida Il Cairo, gremita di venditori ambulanti che promuovono la loro merce in variopinti bazar, uggiosa per via della coltre di smog che vi aleggia e punteggiata di umili dimore ed edifici fatiscenti. Su questo terreno stratificato si dipana la vicenda del maggiore Mustafa Nouredin, cui viene assegnato il caso di una  cantante tunisina assassinata in una stanza dell’Hilton hotel in circostanze misteriose. Le indagini dell’inesperto poliziotto portano ad un uomo molto influente, amico del figlio del presidente, che con la giovane donna aveva una relazione extraconiugale piuttosto travagliata.OMICIDIO AL CAIRO ASSASSINIO Nouredin rimane invischiato in un intrigo di hitchcockiana memoria che porterà a galla gli scheletri nell’armadio di un paese squassato dalla dittatura militare, instaurata nel lontano 1981 dall’allora capo dello stato Hosni Mubarak (la vicenda si svolge nel 2011). Il 2011 è l’anno stesso che vede le dimissioni di Mubarak in seguito alle numerose sommosse popolari, innescate dal precedente afflato libertario tunisino, poi culminate con l’acme di violenza di Piazza Tahrir, presente anche in Omicidio al Cairo. Sono le venature esplicitamente politiche dell’opera, unite alla sferzante denuncia della giustizia sommaria perpetrata dalle forze di polizia, che ci permettono di comprendere il contesto nel quale si è consumato il dramma di Giulio Regeni. Lo stesso Tarik Saleh ha dovuto fronteggiare svariate difficoltà in merito alla realizzazione del film, che alla fine è stato girato in Marocco, a Casablanca, dal momento che i Servizi Nazionali hanno vietato lo svolgimento delle riprese in patria.omicidio-al-cairo

Omicidio al Cairo fonde i crismi tradizionali del noir americano anni ‘40-’50 – il protagonista è un investigatore umano ma dai metodi non proprio ortodossi, il quale rimembra il Philip Marlowe spesso incarnato dal grande Humphrey Bogart – modulandolo sul contesto politico egiziano e, più in particolare, sull’esperienza delle cosiddette “primavere arabe”. Siamo dinanzi a un thriller atipico che sceglie sin dai primi minuti di svelare il volto dell’assassino, con il conseguente rifiuto di ergersi a pellicola di puro esercizio intrattenitivo. Sarebbe pertanto riduttivo in questa direzione confinare la pellicola al mero film di genere, incasellandolo acriticamente secondo i tòpos convenzionali del cinema giallo. Ciò che più convince in questo Omicidio al Cairo è la secchezza stilistica, la rassegnazione disincantata del protagonista, che pure non è esente da macchie – è corrotto tanto quanto i colleghi spietati – dinanzi al fallimento delle istanze democratiche, il cui prezzo è pagato esclusivamente dalle classi sociali più disagiate (come gli immigrati sudanesi). “Credi di essere in Svizzera? Qua la giustizia non esiste!” dirà il capo della polizia a Mustafa in una delle scene più desolanti, così come le dure parole del taxista sferrano colpi ben assestati allo spettatore: “mentre i ricchi bastardi vanno all’estero a farsi curare, noi non possiamo neanche più permetterci le sigarette”.

Mustafa e Gina in omicido al Cairo

Ma il montaggio frenetico mette in luce anche l’alienazione del protagonista dinanzi alla società moderna, quell’estraniazione che è di matrice camusiana, esemplificata nel suo celebre romanzo “L’Etranger” (lì eravamo ad Algeri). Le ossessioni paranoidi di Mustafa fanno di lui il “Travis Bickle d’Egitto”, un uomo vittima delle ragioni di stato dinanzi alle quali è del tutto inerme. Sarà lo struggente finale ad aprire definitivamente gli occhi di Nouredin. Tutto finisce per essere insabbiato, assieme al rogo fiammante di una carcassa di automobile, che è la speranza di riscatto di ogni egiziano, spenta dal calore del fuoco distruttrice della corruzione. Tratto da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in Egitto – l’omicidio di una cantante libanese per mano di un parlamentare e uomo d‘affari egiziano – Omicidio al Cairo, tra Agata Christie e Martin Scorsese, è dramma di una nazione in ginocchio alle prese con un duplice slancio: da un lato democratico, dall’altro clientelare feudale.

 

Tommaso Aprigliano