Ciò che lascia in profondità un film come “Tutti vogliono qualcosa” è la consapevolezza dell’utilizzo che Linklater fa del cinema: pura e semplice rappresentazione dell’intimità, dell’elemento personale. Un luogo sicuro dove rifugiarsi. Come in “Boyhood”, ma anche in tanti altri suoi successi, sono sempre molto simili gli elementi che ritornano nella cinematografia del regista texano: la tua terra natia, il percorso formativo che porta alla maturazione, un’atmosfera di perenne spensieratezza.

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Solo avendo ben chiara questa consapevolezza è possibile comprendere fino in fondo un film completamente sprovvisto di sviluppo narrativo inteso nel senso classico del termine, con un conflitto, una posta in gioco e una risoluzione spesso sofferta. “Tutti vogliono qualcosa” è un lento ma inarrestabile fluire di immagini, di semplice rappresentazione del reale. Linklater si pone l’obbiettivo di portare sullo schermo gli ultimi tre giorni di vacanze estive di un gruppo di giovani studenti e giocatori di baseball prima dell’inizio del college. E per farlo, non architetta strutture narrative o un’evoluzione drammaturgica che diano al film una progressione canonica, ma mostra semplicemente ciò che accade, senza preoccuparsi minimamente dell’atmosfera, della tensione e di tanti altri elementi di sceneggiatura che normalmente trasformerebbero una buona idea in una storia pienamente godibile. Linklater annulla qualsiasi artificio narrativo, qualsiasi schema, tecnica e regola di scrittura, riportando la vicenda nella sua genuina realtà e veritiera interezza.
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Perché lo fa? L’esito più consistente che si è in grado di percepire è l’annullamento completo della distanza che c’è, più che mai nella cinematografia contemporanea, tra narrazione e realtà. L’una diventa l’altra, e viceversa. Linklater crea un prodotto puro e semplice, in cui le emozioni, i sentimenti e la nostalgia dei personaggi, che allo stesso tempo sono anche quelle di chiunque altro, divengono gli elementi narrativi che sostengono la vicenda.
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In mezzo a tutta quest’essenzialità (che non è superficialità) narrativa, Linklater non rinuncia a parlarci di qualcosa di più profondo e interessante. Qualcosa da decifrare, non immediatamente comprensibile, come la deriva e l’annullamento dell’identità individuale in favore di un corpus collettivo di diverse identità, un tema tutt’oggi evidente nelle nuove generazioni, emerso definitivamente a partire dagli anni ’80 (periodo storico in cui è ambientato “Tutti vogliono qualcosa”), soprattutto grazie al decisivo affermarsi del fenomeno capitalistico e dei consumi di massa all’interno della cultura contemporanea.
tutti-vogliono-qualcosa-v1-484847Tutto ciò, nel film, è ben esemplificato dalle numerose feste a cui prendono parte Jake e i suoi amici. Feste, e festeggianti, che a livello culturale non hanno nulla da spartire: a partire dai diversi generi musicali che caratterizzano i vari party, come il country, il rap, la disco dance e il punk, fino ad arrivare alle abitudini ed azioni che connotano il modo di divertirsi, come fumarsi delle canne, ubriacarsi all’inverosimile oppure frequentare intellettuali e teatranti. Sempre qualcosa di differente, che sottintende una profonda incapacità da parte dei protagonisti di riconoscersi in un corpus di caratteri identitari saldi. Essere chiunque per non essere nessuno.
Linklater realizza l’affresco di una generazione, ma in particolare di uno stile di vita, di un modo specifico di impostare la propria esistenza all’interno della società contemporanea. E per farlo, non ricorre ad allegorie, esempi o storie che rappresentano quella determinata realtà, ma alla realtà stessa. Pura, semplice, assolutamente non artificiosa, ma soprattutto vera.