Titolo originale: Inherent Vice

Regia: Paul Thomas Anderson

Origine: U.S.A.

Anno: 2014

Genere: Commedia hard-boiled/Noir

Durata: 149’

Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson; adattamento dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon

Montaggio: Leslie Jones

Fotografia: Robert Elswit

Musiche: Johnny Greenwood

Interpreti: Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Maya Rudolph, Martin Short

 

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«Did she wake you up to tell you that

It was only a change of plan

Dream up, dream up, let me fill your cup

With a promise of a man»

Neil Young, Harvest

Trama: Gordita Beach, California, 1970. Shasta, ex (mai davvero dimenticata) del detective privato Larry “Doc” Sportello, si rifà viva chiedendogli aiuto: il suo nuovo amante, un magnate dell’immobiliare di dubbia fama, sarebbe vittima di un complotto architettato dalla moglie per sbarazzarsi del marito. Ma le cose non sono così semplici. E’ l’inizio di un’indagine complicata che coinvolgerà una banda di bikers neonazisti, un sassofonista creduto morto che invece è vivo, un’organizzazione di dentisti pazzi, una barca misteriosa e… tantissima droga.

Swinging Seventies

«What’s up, Doc?»Mai avremmo pensato che la frase cult di Bugs Bunny divenisse un giorno il leitmotiv di un film di Paul Thomas Anderson, probabilmente il più ambizioso tra i cineasti americani viventi. E di sorprese del genere, in Vizio di forma se ne hanno fino alla fine. A cominciare dal soggetto.

L’idea di adattare l’omonimo romanzo di Thomas Pynchon del 2009 — autore di spicco della letteratura americana post-moderna, tanto celebrato, quanto schivo (al limite della paranoia: non si contano sue apparizioni ufficiali, né tantomeno fotografie; l’Autore difende strenuamente la sua riservatezza vivendo da sempre in completo anonimato) — per il cinema, merita in sé una medaglia al valore. Nessuno mai aveva osato tanto. Pynchon è complesso, delirante, allucinato ed allucinante. I suoi romanzi, autentici trip narrativi. Che dunque ben poco si prestano ad essere racchiusi in un copione fatto di battute e inquadrature. Così, l’espressione “Inherent vice” (letteralmente “vizio intrinseco”), è da riferirsi, ci ricorda Pynchon, alla tendenza riscontrabile negli oggetti fisici di deteriorarsi in ragione della naturale instabilità delle particelle di cui sono composti, in opposizione al deterioramento causato da forze esterne; un modo di dire che ben caratterizza i personaggi di questo romanzo, la loro città (la Los Angeles psichedelica dei primi anni ’70), la loro nazione (gli interi Stati Uniti d’America), e il particolare periodo storico in cui la vicenda si svolge (la disillusione dopo la fine del flower power e, in nuce, la presa del capitalismo secondo la sua logica più estrema: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e senza via di scampo).iv15

Il detective Larry “Doc” Sportello (un irresistibile Joaquin Phoenix in tenuta field-jacket e camicia hawaiiana, perennemente scapigliato e accanitissimo fumatore di marijuana), riceve l’inaspettata visita di Shasta Fay Hepworth (Katherine Waterson), ex-fidanzata nonché ex-hippie, divenuta l’amante di uno spregiudicato immobiliarista, Mickey Wolfmann. Shasta entra nella storia con un’aura quasi magica, come uno spettro, e riferisce a Doc che Mickey è sposato con una donna inglese, la quale a propria volta ha un amante e che i due intendono sbarazzarsi di Mickey facendolo prima interdire, quindi ricoverandolo in un manicomio. Sennonché, dopo essersi confidata con Doc, Shasta sparirà improvvisamente, e poco dopo sparirà anche Mickey, sempre in circostanze misteriose. Parallelamente — ma, come si evincerà in seguito, non casualmente — Doc viene ingaggiato da Hope Harlingen, bizzarra ex-tossica, per ritrovare il marito Coy (Owen Wilson), scomparso, ma presunto vivo. E’ l’inizio di un’inchiesta complessa, ricca di dialoghi pregni di allusioni e doppi sensi, e di personaggi che cambieranno identità come ci si cambierebbe di camicia (piccola nota di stile: rigorosamente vintage e selezionate con minuzia da P.T. Anderson quelle indossate in tutto il film da Joaquin Phoenix).

Per raccontare questa storia, scritta — si direbbe — sotto l’effetto di sostanze allucinogene, Paul Thomas Anderson sceglie con intelligenza uno stile misurato. Siamo assai lontani dalle atmosfere allucinate e dai deliri à la Terry Gilliam di Paura e delirio a Las Vegas, opera — quest’ultima — che tuttavia si presta a parallelismi interessanti con la presente, tanto per i temi sottesi, quanto per le affinità elettive riscontrabili tra Thomas Pynchon e Hunter S. Thompson, autore di Fear and Loathing in Las Vegas, portato al cinema da Gilliam nel 1998.

Pressoché assenti, o presenti in minima parte, i suoi virtuosi piani-sequenza (cifra stilistica di P.T. Anderson sin dai tempi di Boogie Nights) in favore, questa volta, di lunghi piani fissi sugli attori, spesso carichi di tensione. Come già si diceva, manca poi del tutto qualsiasi distorsione psichedelica, davvero superflua in un siffatto contesto. La Los Angeles degli anni ’70 costituisce già di per sé il più allucinato dei trip: ce ne rendiamo conto assistendo al gioco al massacro condotto dallo sbirro Bigfoot (Josh Brolin), o dall’approccio tragicomico di un dentista cocainomane e sessodipendente (un esilarante Martin Short).

Eppure, sotto lo smalto del facile divertissement, affiora a poco a poco la malinconia. Ben presto, gli ideali del flower power faranno il loro corso, fino a venir travolti — fagocitati, diremmo, per usare un’immagine cara anche ad Anderson (alludiamo, naturalmente, a Il Petroliere, suo capolavoro) — digeriti e definitivamente espulsi dall’avvento del conservatorismo dell’era Reagan.

Tutti i personaggi in Vizio di Forma sembrano ossessionati dalla perdita — delle illusioni, di un’amicizia tradita, di un amore rimpianto. Ma vi è uno che resiste anche per gli altri: sotto un’allure da sballato, Doc ricorda certi grandi eroi della (contro)cultura americana per la sua morale opposta al culto del denaro (forse, proprio quel “vizio” del titolo?), che corrompe uomini e gruppi sociali. Doc sarà forse un personaggio di fantasia tal quale a Bugs Bunny, ma allora, se fantasia deve essere, il suo è un idealismo degno di Don Chisciotte.

INHERENT VICE