E alla fine pure noi dell’Atlante abbiamo visto il sorprendente “Fiore” di Claudio Giovannesi. Anche se, va detto, con un po’ di ritardo (del film si è ampiamente dibattuto nell’immediata sua presentazione a Cannes) ma comunque animati dal forte desiderio di proporre la nostra opinione in merito ad un film pregevole, interessante e assolutamente da incentivare, vista la (troppo) scarsa affluenza di spettatori nelle sale, determinata soprattutto da una risicata distribuzione.

Fin dalla prima sequenza, è ben chiaro il taglio registico che verrà imposto da Giovannesi. Lo stile di ripresa è chiaramente debitore degli insegnamenti neorealisti, in quanto caratterizzato da un largo uso di mdp a spalla, da inquadrature dalla lunga durata e da un montaggio non completamente assente ma comunque ridotto al minimo. E’ quindi quella del pedinamento quasi asfissiante e insistente la sensazione che Giovannesi, insieme a tutta la sua troupe, punta a ricreare sullo schermo e trasmettere allo spettatore, che viene immediatamente coinvolto all’interno di una dimensione filmica per nulla artificiosa, ma estremamente realistica.
C_2_fotogallery_3002006_2_image Ed è proprio il realismo l’elemento trionfale, rafforzato ancor di più da un convincente e ben riuscito lavoro sulle parlate e cadenze linguistiche dei personaggi principali, in particolare quelle di Daphne Scoccia e Valerio Mastandrea, quest’ultimo in grado, anche solo attraverso i pochi minuti di recitazione, di confermarsi il miglior attore italiano della sua generazione. Ma “Fiore” non è semplicemente un narrazione dai forti aspetti documentaristici volta alla ricreazione d’un affresco il più veritiero possibile e conforme alla realtà dei fatti, catalogabile quindi come critica sociale.

Tutto ciò è semplicemente confermato dall’assenza di una qualsiasi presa di posizione da parte del regista nei confronti dell’intero sistema carcerario minorile, se non in maniera ampiamente trasversale e indiretta. La visione proposta da Giovannesi è, come già detto, oggettiva, realistica, concreta e, quindi, scevra da qualsiasi influenza ideologica che automaticamente qualsiasi regista desideroso di esprimere una propria opinione in merito ad un argomento vorrebbe di mettere in rilievo.
fiore-2016-claudio-giovannesi-007 Il fulcro della questione è ben altro. Giovannesi mette in scena la tormentata vicenda di due adolescenti che devono principalmente fare i conti, oltre che con la nascita del sentimento amoroso e la reclusione in un riformatorio, anche con l’assenza di un canale comunicativo che permetta loro di confrontarsi ed esprimere i propri sentimenti. Daphne e Josh vorrebbero dichiarare il proprio, impetuoso amore e esprimere chiaramente l’ammasso indistinto di sentimenti che si agita nel loro animo, generato dalle tante pieghe negative che le loro vite hanno preso fin troppo presto (dolore, rabbia, delusione). Ma il carcere è un luogo di isolamento, di disciplina, di rigore, di sobrietà. In carcere, Daphne e Josh non possono proiettare la propria interiorità.

Ed è proprio quest’assenza di comunicazione o, per meglio dire, questa comunicazione strozzata, soffocata e impedita, a determinare lo stile di ripresa scelto da Giovannesi: il continuo tallonare la quotidianità della protagonista, a volte ricostruita attraverso azioni e vicende drammaturgicamente vuote, diviene l’unico sfogo che il regista vuol trovare per dar corpo (e immagine) ai sentimenti confusi e sconvolti di Daphne. E solo attraverso la prolungata e attenta osservazione dei movimenti, degli sguardi, delle occhiate e dei sorrisi, anche solo accennati o fugacemente rapiti dalla mdp, che Giovannesi riesce a ricreare la pulsione emotiva che permea tra i corridoi del carcere minorile.Img-EvidenzaPer realizzare tutto questo, non è possibile ricorrere né agli stacchi né al montaggio, ma è necessario lasciar evolvere l’azione, coniugare realtà e finzione, unicamente attraverso le strategie linguistiche in grado di permetterlo: pedinamento e inquadrature lunghe. “Fiore” è un prodotto cinematografico di una preziosità rara. Non è un film che si regge sulla pura e semplice, per non dir banale, esposizione dei fatti o su un’espressione tematica e concettuale dichiarata dalla sola progressione narrativa. “Fiore” è in grado trasmettere efficacemente tutto ciò che si prefigura, e lo fa piegando e sfruttando sapientemente la forma, che diviene essa stessa veicolo dell’espressione concettuale. Un cinema che è effettivamente in grado di parlare tramite immagini. Con questa sua ultima, eccezionale performance, Giovannesi dichiara apertamente la propria consapevolezza nei confronti della capacità comunicativa del mezzo cinema.