Marcello lavora come toelettatore in una bottega incassata tra un compro oro e una fumosa sala giochi, all’interno di un ampio (desolato e desolante) complesso periferico. Marcello dedica la propria vita alla figlia Alida e ai cani di cui si prende cura  — amore è l’affettuosa invocazione con cui si rivolge loro a più riprese —. Marcello desidera un altrove luminoso, che siano le più lontane Hawaii o la Calabria che il suo accento richiama, opposto al non-luogo desaturato e cupo nel quale è sprofondato, e da cui riesce a sfuggire solo nelle immersioni fatte mano nella mano con la sua bambina, al largo della costa.dog4Personificazione e mise en abyme della violenza che serpeggia per la borgata è invece Simone, giovane tumultuoso ed irascibile, elemento di costante minaccia per i negozianti dei dintorni, ma che nessuno si sente di osteggiare apertamente. È un cane sciolto, che prima o poi tirerà troppo la corda e verrà fatto fuori: figlio di questo ambiente tossico, da questo ambiente tossico verrà presto inghiottito. La presenza di Simone è del tutto antitetica a quella di Marcello: come già avveniva ne L’imbalsamatore, la sua figura solida e prestante è opposta al corpo minuto e fragile del dogsitter (eppure è Marcello ad essere protagonista delle inquadrature, che relegano il più delle volte nell’ombra Simone) e il suo carattere impositivo e brusco sovrasta quello dell’altro, che è al contrario schivo e mansueto. Il giovane può così ottenere facilmente la lealtà quasi ferina del compagno, che lo accompagna durante le rapine, gli procura dosi di cocaina — tutto questo, ovviamente, senza mai ottenere la parte pattuita, ma senza neanche una parola di rabbia o condanna nei confronti del comportamento spregiudicato dell’amico. dog2Appesantito da questo fardello — che non tenta nemmeno di scrollarsi di dosso — Marcello prosegue nella sua parabola discendente, che lo porta a scontare un anno di prigione (fedele come un cane e testardo come un mulo, non può aprire bocca durante l’interrogatorio con la polizia e rivelare la sua innocenza, o quantomeno suggerire la responsabilità dell’altro). Il suo corpo si fa via via più marcato dalle percosse, e la sua presenza irrimediabilmente macchiata dalla collaborazione con Simone; tornato dal carcere, l’uomo non è più gradito nella piccola comunità di periferia, e ne viene espulso in modo netto. Marcello osserva il suo destino con animo rassegnato ed occhi equanimi, mantenendo un mezzo sorriso sul volto: crede ancora possibile avere la propria parte, guadagnare quei soldi necessari per cambiare vita — magari assieme alla figlia, unica presenza rimastagli amica e salvifica —, e per questo si presenta a più riprese al cospetto di Simone, in una richiesta sempre più insistente. La riconciliazione è cercata in modo ottuso fino all’ultimo, tragico, atto, in cui si consuma l’omicidio: evento che Garrone non spettacolarizza, ma decide piuttosto di mostrare  riflesso negli occhi buoni e inconsapevoli dei cani, che osservano silenziosi al di là delle maglie della gabbia; probabilmente gli stessi occhi di Marcello, e insieme, anche quegli occhi puliti e scevri di ogni giudizio attraverso i quali il regista rielabora e trasforma l’originaria vicenda di cronaca.dog1Nella sequenza di chiusura, dal sapore onirico, Marcello (ormai animale da soma) si sobbarca fisicamente del peso inerte di Simone, per consegnarlo ai vecchi compagni e amici come dono, e quasi darlo in sacrificio: un’offerta, da parte di un personaggio altrettanto sacrificale. L’incedere lento e faticoso, carico del corpulento cadavere e carico di speranze, si risolve in nulla: il gruppo di uomini non è più lì ad attenderlo, e Marcello si ritrova solo, accasciato tra le pareti circolari e ricorrenti del parco giochi abbandonato. È così che si conclude il calvario dell’uomo, che lo ha portato a prendere su di sé (immergervisi, per poi sollevare letteralmente sulla propria schiena) i mali del piccolo e claustrofobico sobborgo, subendo un progressivo e speculare movimento di emarginazione. E così con Dogman Garrone prosegue, accostando personaggi e tasselli insieme diversi e simili, il suo ciclo musivo tanto più malsano quanto più umano. Lo sguardo paziente e mite di Marcello, Idiota (personaggio dalla sensibilità ingenua, che lo rende vicino ai bambini e all’animale che qui però non è più l’asino, ma il cane), ci guida nell’esplorazione di un oscuro sottosuolo, abitato da individui abbandonati a se stessi, perduti, apparentemente senza possibilità di riscatto. Ma è proprio attraverso questo sguardo semplice e limpido, estraneo al biasimo come alla commiserazione, che questa discesa infernale può essere intrapresa, e che dal fondo buio si può riemergere alla luce della superficie — per riconoscere in questa angosciosa fiaba non la demonizzazione di un lupo cattivo, quanto un partecipe e intimo affresco dell’animo umano.schermata-2018-05-18-alle-17-31-53