Scrivo de “L’uomo senza nome” in occasione della retrospettiva che lo ha ospitato, “À l’œuvre. Être(s) au travail”, attualmente in corso al Centro Pompidou di Parigi. Il documentario, diretto dal prolificissimo Wang Bing, mi ha spiazzato per l’umiltà e la profonda umanità del suo sguardo, questa volta nella forma di viaggio con un preciso prologo ed epilogo (l’inverno e l’estate), che alla fine, a caldo, ci dona l’impressione di non esserci mossi di un millimetro dalla posizione di partenza. Il documentario è stato girato a più riprese nel corso del 2008, a cavallo tra il fluviale “A Journal of Crude Oil” (2008) e “Coal Money” (2009). Bing si trovava a viaggiare nei pressi di Shanghai per motivi di lavoro, quando all’improvviso ha intravisto dal suo finestrino un uomo che raccoglieva feci dalla strada, in un sacco di plastica. B., dopo alcuni contatti verbali con lo strambo individuo, rivelatisi, inutile dire, totalmente improduttivi (l’uomo non sembrava reagire in maniera alcuna alle parole di B.), decide di prendere la telecamera e seguirlo. Il film documenta la vita di quest’uomo misterioso attraverso le diverse stagioni; B. si è fermato in diversi momenti dell’anno a riprendere quest’uomo, ogni volta che ha percorso la strada dove ha avuto luogo il loro primo incontro, per andare a lavoro.

228912Il protagonista del film viene ritratto attraverso le sue routine quotidiane, dall’aratura del campo, all’imbottigliamento dell’acqua, sia da un torbido fiumiciattolo, sia da una pozzanghera fangosa, fino alla cottura di pasti mai stati più lontani dall’essere invitanti.

L’etica di B. (il quale ha specificato, nel dibattito successivo alla proiezione del film, di accendere la macchina da presa solo nei casi in cui reputa di non essere d’alcun intralcio al normale svolgimento delle vite altrui; la questione si era recentemente ripresentata in maniera ancora più pressante col suo ultimo “Mrs. Fang”, dove filma gli ultimi giorni di vita di una donna affetta da Alzheimer) si palesa nel posizionamento della macchina da presa, che non si colloca né al di sopra, né ad altezza uomo, ma sempre al di sotto del soggetto, quasi in segno di reverenza nei confronti di un uomo che non solo lo ospita, ma lo rende persino partecipe del suo quotidiano, rivelandogli particolari intimi del proprio essere che non vorrebbe o potrebbe rivelare a nessuno. Ciò viene riconfermato dallo spazio che B. concede a quest’uomo “per respirare”, quando smette di seguirlo e lo osserva allontanarsi dalla m.d.p.; in alcune di queste inquadrature notiamo persino le ombre della sua piccola troupe (composta da nientedimeno che B. con il suo operatore di macchina, perché le sue crew non superano mai le tre persone, proprio al fine di rispettare gli spazi vitali altrui), ombre timorate, mai veramente a proprio agio in una comfort zone che
sottrarrebbe alla loro missione, la possibilità di una continua messa in discussione e di un’azione in prima linea, che a mio parere distinguono nettamente il filmmaker guerrigliero da quello codardo e vanitoso, piaga sempiterna e inestirpabile del film documentaristico.

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Insomma, un cinema degli ultimi quello di Wang Bing, che non conserva alcuna traccia di messa in scena né alcun genere di pretenziosità. Il suo è piuttosto un cinema che trova il suo senso nell’universalità del proprio linguaggio, il che lo rende un oggetto purissimo, una delle poche cose a cui immaginerei di potermi abbandonare, in una visione autenticamente nostalgica, in un ipotetico scenario da post-olocausto nucleare, nel disperato tentativo di riprendermi da uno stato di smarrimento dovuto alla perdita di memoria della risposta all’annoso quesito di “Cosa significa essere umani?”, la quale per qualche ragione solo poco tempo prima sembrava essere così sfacciatamente lapalissiana.