Ottobre 1994, Auschwitz-Birkenau. Saul Ausländer, ebreo ungherese, si muove in una fiumana di corpi mentre svolge il proprio ruolo di sonderkommando, unità selezionata per assistere i nazisti nelle operazioni di sterminio. Il suo lavorìo meccanico si interrompe bruscamente davanti a un ragazzo in fin di vita, che Saul guarda esalare l’ultimo respiro: visione che lo obbligherà a rompere le fila, alla ricerca di un rabbino che possa dare una rituale sepoltura al giovane.

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Nel suo potente lungometraggio d’esordio, con il quale partecipa alla 68esima edizione di Cannes, László Nemes tematizza l’indicibile: l’orrore estremo dell’Olocausto. Il poeta rumeno — anch’egli ebreo — Paul Celan, che riteneva un diritto e un dovere ricordarne il dolore incessante, aveva dipanato dall’evento, senza mai nominarlo direttamente, una poetica estranea ad ogni lirismo (scarna al punto da rifiutare, perché non più possibile, la rima); e così sembra fare anche Nemes, rappresentando l’angoscia in modo crudo e perciò puro, lasciando fuori tutto quel che altrimenti risulterebbe retorica impalcatura.

Il suo protagonista vaga in modo assente per il lager, immerso nel proprio compito, e la macchina a mano lo segue concentrandosi in modo asfittico sulla sua persona: la visione dei cadaveri straziati e scomposti, il rosso del sangue e delle livide ecchimosi sono lasciati a margine, così come gli ordini rabbiosi impartiti dai gerarchi. Sia il fuori fuoco che il sonoro giocano dunque nel suggerire costantemente le atrocità che circondano Saul, ma da cui Saul non può fare a meno che distanziarsi, in uno sguardo che non condanna, ma che è del tutto estraneo all’accadere.

Questa totale indifferenziazione — il film si apre propriamente entro uno sfondo ancora confuso e vago, in cui la voce disumana dell’uomo si confonde con i latrati dei cani — trova un punto di sfondamento ed inversione nel volto del ragazzo morente, che sembra squarciare un velo: davanti al deportato ungherese compaiono finalmente delle fattezze umane, non più deturpate dalla violenza esercitata o subita, che si compongono in un appello; e per Saul diventa imperativo dare una giusta morte a quel corpo che ritiene essere di suo figlio.

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Questo incontro riorienta (visivamente e non) la percezione di Saul: pur all’interno di un campo di sterminio, nel completo oblio di qualsiasi umanità, diventa ora imperativo il rito delle esequie, il donare senso alla morte.

Gli ultimi sguardi del ragazzo, rivolgendosi su Saul, hanno infranto lo schermo spersonalizzante oltre il quale si trovava, e che lo proteggeva. La massima inermità e debolezza di quel volto si fanno comandamento ineludibile, più forte della costrizione cui Saul è sottoposto dai propri carcerieri: l’incarico a cui il sonderkommando si dedicava in modo automatico viene ora sostituito da una piena assunzione di responsabilità, dall’imperativo della cura, che porta Saul ad entrare in relazione con altri uomini, ora finalmente accolti entro le inquadrature.

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Non più costretto con la forza, ma obbligato da un richiamo silenzioso, Saul si dedica con ogni energia all’individuazione di un rabbino che possa ricomporre nella preghiera le spoglie del ragazzo. Ma se questa ricerca si fa a tratti disperata e ossessiva — passa in secondo piano la questione della loro effettiva parentela, come non ha importanza il tentativo di rivolta e fuga dei suoi compagni—, altro non è che traccia dell’urgenza di questa vocazione; urgenza da cui sembra tacciato lo stesso film, che non sempre sa mantenere l’impatto delle prime sequenze, pur chiudendosi con un finale magistrale, in cui Saul ha un nuovo scambio di sguardi con un nuovo bambino al quale, questa volta, sorride.

In un mondo anonimo, sfigurato dalla morte come dalla bestialità, un volto ha potuto portare una nuova significazione; da questa elezione Saul è marcato come dalla X rossa che porta sulla giacca, e da questa egli riceve la propria unicità. Nemes, attraverso la narrazione di questo episodio quasi classico (difficile non pensare all’Antigone sofoclea), mette in scena l’inversione dell’eteronomia che è schiavitù e asservimento entro l’eteronomia come responsabilità — che rende invece l’individuo libero, consegnandolo ad un cammino che è l’unico a poter percorrere: quello dell’essere umano.

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L’analisi del film è informata dal pensiero di Emmanuel Lévinas, che fornisce le nozioni interpretative di Volto e Responsabilità; è questo debito a costituire l’impalcatura del discorso e i suoi sviluppi.