La Tenerezza è l’ultima fatica dell’acclamato regista settantaduenne Gianni Amelio, autore tra i tanti de “Il ladro di bambini”, “Così Ridevano” e del più recente e controverso “L’Intrepido”. I suoi nuovi personaggi si muovono all’interno della città di Napoli ma sembrano non subire la sua spazialità imponente fuor d’ ogni retorica: cupa, imperscrutabile, quasi agorafobica, come le scene ricorrenti girate nei pressi del tribunale. Una Napoli europea e gelida, mai partecipe delle sue vite, che pure forse proprio attraverso la sua imparzialità sembra condizionare rendendole anch’esse, da principio prive e poi alla ricerca di un senso di collettività.
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E sarà proprio questa la tenerezza? Il titolo è un perfetto tranello – almeno per un pubblico abituato a ricercare proprio la tenerezza nella tenerezza, l’odio nell’odio e l’amore nell’amore – probabilmente non voluto dal suo creatore. Ma si tratta di una vicenda troppo credibile perché i sentimenti coincidano con le parole e questo aspetto rende un po’ di gloria alla pellicola. Ci troviamo infatti di fronte, piuttosto che ad una vicenda dal sapore delicato, ad una vicenda ruvida come carta abrasiva, il contrario della tenerezza. Si tratta però di una carta abrasiva consumata quella dei sentimenti, dei personaggi e di tutta la vicenda che Amelio descrive nel grande schermo.
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La pellicola tenta infatti di prendere fuoco ad ogni momento fino a quando non ci si accorge che la conclusione si è realizzata e nessuna fiamma è divampata. Forse è bene però interrogarci su cosa realmente può significare la tenerezza, che fra i sentimenti – ammesso che sia un sentimento o solo un comportamento – è il più rarefatto, il più silenzioso. E silenzioso il film lo è, anche i dialoghi, anche quando gli attori aprono le bocche per dire le loro battute c’è il silenzio. Niente è detto davvero e tutti stanno ad attendere una “nascita”, una rivelazione.
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Sono personaggi che vogliono essere innescati come il meccanismo di un orologio e quando questo diventa impossibile perché non si ritrovano le viti allora tocca piegarsi ad un irrimediabile “disinnescamento”. È questo quello che accade al personaggio di Fabio, interpretato dall’applaudito Elio Germano, che per delle cause un po’ lasciate all’intuizione dello spettatore, viene portato dal burattinaio Amelio al suicidio dopo aver commesso un atto che forse solo così poteva trovare la sua conclusione. Il senso dell’improvvisa “rivelazione” è dato da una scena poco veramente necessaria alla sceneggiatura e che ugualmente poco ci dice in più del suo personaggio: vediamo Germano-Fabio vagare come un redivivo o come un moribondo, per le strade di una Napoli opacissima.
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Sembra Edipo accecato, sembra vedere tutto della sua vita ora, attraverso i suoi “occhi recessi” (noi sappiamo solo che è sposato, è figlio unico, settentrionale, piuttosto cupo, arrabbiato e incapace di assumere il ruolo di genitore per i suoi due bambini); barcolla, si ferma in un bar ma ha l’aria di non sapere perché è lì, respira affannosamente e decide per un caffè che sembra non volere, le sue necessità adesso, si capisce sono altre. Allora riesce, qualche metro o forse di più e si ritrova sulle soglie di un basso nel quale un rigattiere espone e vende la sua merce. Per nostro stupore vi entra, come attratto chissà da quale oscuro odore, si aggira fino a che i suoi occhi non ricadono su un vecchio trenino giocattolo in metallo. Lo prende i mano senza farselo ripetere di più, lo esamina e lo riconosce: era il suo, quel trenino che da bambino aveva rotto. Ecco la rivelazione intima poiché comprensibile solo per il personaggio e poco per chi guarda.
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Questo tipo di “rivelazione” nel film è motrice dell’azione.  Continuando sappiamo dal rigattiere che non è un pezzo in vendita, ma Fabio deve averlo e lo corrompe. Stacco. Successivamente non vedremo più questo personaggio, lo dovremo immaginare già cadavere. È stato quel trenino che l’ha fatto diventare un omicida? Oppure lo dovevamo intuire già da prima, abbandonando le rassicurazioni tipiche dello spettatore ingenuo, che senza dubbio doveva trattarsi di un uomo malato, arrivato allo stremo delle possibilità. Questo lo rivelerà la madre successivamente. Intanto bene si inserisce nel senso delle attese e di un tempo che è dilatato e che pure cambia ogni cosa e tiranneggia tutti, il protagonista della vicenda, che non a caso è un anziano nel pieno della sua vecchiaia, età di soporifera e dolorosa attesa.
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È Lorenzo un famoso avvocato napoletano ormai in pensione, interpretato da un ottimo Renato Carpentieri che “calza a pennello” il ruolo. Reduce da un passato di glorie consumate all’interno dei tribunali e ottenute talvolta anche in modi non propriamente giusti si appressa a consumare i suoi giorni, sfuggendo alle cure dell’ospedale, cercando un po’ ancora di vita che gli serve per finire. Lo vediamo all’inizio liberarsi dei fili che lo tenevano costretto al letto d’ospedale e andare via, tornare alla sua vita, alla sua casa solitaria. Scopriamo presto che non è un uomo vedovo e completamente solo. I figli e il nipotino sono rimasti a fare veglia sulla sua vita. Una “veglia” sempre scongiurata e rifiutata dai figli come dal padre, perché terribile sarebbe ammettere la paura di non essere visti e di essere soli.
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Ecco più che la tenerezza emerge subito chiaro che si tratta di un tentativo di scandagliare le solitudini di questi personaggi. Lorenzo però nel suo ostentato orgoglio a somiglianza del personaggio plautino del vecchio burbero, teneramente si appiglia ai luoghi in cui l’affetto non è ancora costruito ma è a lui sconosciuto: Fabio, sua moglie Michela (Micaela Ramazzotti) e i loro figli. Ecco che le storie si intrecciano per non sciogliersi più. In un clima in cui ogni personaggio abita la propria isola, le vite di Lorenzo e Michela trovano insieme un po’ di conforto. Lo scorbutico rimane scorbutico ma diventa simpatico, tenta sorrisi e si adagia alla consapevolezza che solo non potrebbe morire, ma qualcuno deve vegliare: tenta l’” innesto”, la salvezza. Ma la salvezza si tramuta in dramma: la vita di Michela ormai figlia acquisita di Lorenzo è spezzata brutalmente da Fabio.
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In questo film, è chiaro, niente e nessuno si amalgama mai. Ogni personaggio rimane “autistico” nel suo proprio muro, privo di fluidità. Anche quando la vicenda si sforza di portarsi al finale e a una conciliazione (che brutta parola!) possibile, lo fa in un processo che appare forzato, disarmonico: Michela a lungo vegliata – stavolta letteralmente – in ospedale dal protagonista è morta. Che rimane? Rimane un proverbio arabo, pronunciato dalla figlia disprezzata dell’avvocato (Giovanna Mezzogiorno), che chiarifica tutto, e improvvisamente sembra svelare l’intera inutilità dell’agire per allontanamento di tutti i personaggi, fino a quel momento confusi, ciechi: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare”. La soluzione era chiara, forse fin dall’inizio, ma tutti hanno preferito ignorarla.
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La tenerezza che il film sembra suggerire stia nella solidarietà, nell’intenzione e nella volontà di stampo leopardiano forse troppo sussurrata da Amelio di costruire una “social catena”, è in realtà semplicissima e sta nella vergogna che si prova quando la si sta cercando. Dopo aver compreso tutto questo –corretto o sbagliato che sia – e avendo la sensazione, che la tenerezza (sentimento o comportamento), per compiersi è quasi necessario che si compia anche la violenza, si pensa che di certo l’innesto e cioè il cominciare a vivere comprenda anche il cominciare a morire o l’adagiamento all’interno proprio di quel luogo che chiamiamo casa.
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Come dicevo tutto del film concorre a dare la sensazione di un tempo inesistente, in cui accade uno sbilanciamento – di cui il finale è testimonianza – che è quello in cui i dialoghi, per contrasto con l’interezza della pellicola, sono risolti frettolosamente e rendono a volte i personaggi troppo sin da subito perspicaci da sembrare addirittura falsi. Di vero, è chiaro rimangono i sentimenti che sono reali e pensosissimi ai quali però è stata smorzata la carica perché dessero profondità e senso alla vicenda. Tutto accade per concludersi senza stravolgimenti (il padre Lorenzo si riconcilia con la figlia, forse con la sua vecchiaia anche si concilia). Certo è comunque l’addebito che bisogna dare ad Amelio della capacità di estrapolare e di fare un focus su una vicenda comune a tratti cronachistica dove però gli spunti sociali – che qui sono sempre presenti – stavolta sono citati talvolta troppo retoricamente talvolta sfuggendo alla retorica. Una strana nuova prova quella di Amelio, che promette una carezza ti rifila pugni per non ucciderti ma per lasciarti sospeso, esitante.