Ladri di saponette di Maurizio Nichetti (1989) è critica e indagine del mezzo televisivo ed in particolare della pratica di interrompere e “contaminare” i film trasmessi con spot pubblicitari sempre più frequenti (ed incoerenti).

Nichetti lavora su più livelli di realtà, contaminando fra loro cinema, televisione e pubblicità, che entrano in cortocircuito, mescolandosi; il tutto in una cornice più realistica e legittima in cui il regista si interroga sul tipo di fruizione del telespettatore comune, la quale risulta essere distratta e frammentaria.
Il quadro è così abbastanza complesso e ruota intorno ad una citazione cinematografica di rilievo, che si rende esplicita già dal titolo: parliamo di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

A tal proposito l’inizio del film è dichiarazione di intenti, mi riferisco alla scena in cui Claudio Fava “intervista” Nichetti nell’ambito di un programma televisivo (entrambi i personaggi interpretano loro stessi – il regista fa così dialogare tra loro anche il livello della realtà e quello della finzione).
Il giornalista afferma infatti che “il titolo non deve trarre in inganno, Ladri di saponette non è una parodia, ma un atto d’amore verso il cinema italiano, in particolare verso il cinema neorealista”. Nichetti ripropone e riscrive il capolavoro neorealista di De Sica da un lato per omaggiare un cinema grandioso, dall’altro per parlare della società e delle abitudini del proprio tempo, e lo fa a partire dall’immagine, perché “solo attraverso le immagini un creatore di cinema può spiegare il passato e interpretare il presente” (dice ancora Fava).

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Partendo dalla citazione di Ladri di biciclette infatti, il regista confronta le ristrettezze economiche di ieri con il consumismo di oggi, saltando continuamente da un livello diegetico all’altro: non solo questo tema è lampante nel confronto tra la realtà di Ladri di saponette (secondo livello diegetico) e la realtà in cui il film è trasmesso (primo livello diegetico), ma lo è anche nel confronto tra Ladri di saponette e Ladri di biciclette, estrapolando il primo dal contesto, infatti nel “remake” di Nichetti la diegesi non ruota intorno alla ricerca di una bicicletta, bensì di un lampadario, proprio a dimostrare la differenza dei beni di necessità di oggi, rispetto a quelli di ieri. In secondo luogo sembra che Nichetti si appropri del film di De Sica con lo scopo di salutare il grande cinema che non ci sarà più (almeno non nella realtà da lui stesso rappresentata), per questo il regista omaggia il neorealismo, con uno sguardo intelligente, ma dal retrogusto amaro.

Non a caso, sempre nel prologo del film, Fava afferma che Nichetti è “autore comico sfociato nel drammatico”. Parlando del film in modo più analitico, interessante è la sequenza iniziale di Ladri di saponette all’interno dello stesso Ladri di saponette (siamo nel secondo livello diegetico), che si apre con i titoli di testa.

Qui possiamo parlare di vero e proprio remake del film di De Sica, dal momento in cui Nichetti non solo propone una similarità nell’uso delle musiche e del font dei titoli di testa, ma gli stessi personaggi sono cloni di quelli del primo film. Pensiamo all’assegnatario delle attività lavorative, messo in scena con identici occhiali e sigaro, che chiama a gran voce il protagonista. Anche l’Antonio di Nichetti siede poco lontano e viene avvisato da un compagno. Si notano due differenze evidenti: la prima nel cognome del protagonista (Ricci, l’originale; Piermattei, la copia); la seconda nel messaggio comunicato al protagonista (assunto il primo; “primo dei rifiutati” il secondo). Perché?

Pur trattandosi (a tratti) di un clone, sembra che Nichetti voglia rendere chiara la lontananza tra i due film, come a dire che quella che scriverà sarà la storia di un altro personaggio che è costretto a vivere in condizioni addirittura peggiori rispetto al primo.
Il sottotesto è lampante, così come il messaggio del regista, il cui sguardo è fin dall’inizio pessimista ed amaro. Il rapporto con l’immagine precedente è una presa di distanza dichiarata, da un lato per sottolineare che il “buono” che c’era (nel cinema, come nella società in senso lato), ora non c’è più; dall’altro come tensione verso il raggiungimento di quel modello di passato (in Ladri di biciclette si mangia frittata, in Ladri di saponette cavolo, ma dal momento in cui Antonio Piermattei viene assunto, si comincia a mangiare frittata, non a caso).

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Sembra quasi che le condizioni dell’Antonio di De Sica siano ambizione dell’Antonio di Nichetti. La tesi secondo la quale Ladri di saponette sembra essere remake del capolavoro di De Sica è confermata dall’atmosfera ricercata da Nichetti e da alcuni nodi diegetici riproposti, come la scena del furto di una bicicletta, le critiche di Antonio alla moglie perché fa teatro, la sequenza del (primo) viaggio in bicicletta verso il luogo di lavoro, il fatto che le forze dell’ordine non siano d’aiuto, ad esempio.
A questi si aggiunge la figura della top model, che sembra rivisitazione in chiave moderna del manifesto incollato da Antonio Ricci, poco prima di essere vittima del furto. In entrambi i casi la realtà è turbata dall’ingresso in scena di una figura promozionale.

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In Ladri di saponette vi sono dunque due livelli di trasformazione: uno riferito al contenuto, il quale è all’interno di un nuovo e più ampio contesto ed entra in cortocircuito con più piani diegetici; l’altro riguarda il piano dell’espressione e del punto di vista del regista, che conduce lo spettatore a un riso amaro.

La storia originale è qui de-contestualizzata, replicata ed anche reinventata, ma è in tutte e tre le accezioni punto di partenza e di ricerca per uno sguardo volto al passato nel tentativo di indagare il presente.
A un primo sguardo Ladri di saponette può sembrare parodia di Ladri di biciclette, a partire dal titolo, ma così non è dal momento in cui il buon parodista è “chi opera senza innovare radicalmente” (Pellizzari). Nichetti si muove in direzione opposta, ponendo cambiamenti incisivi all’opera prima, fino a realizzarne un fratello, ma figlio unico.