L’amore è una tentazione di profondità. Lo sosteneva il poeta e intellettuale Emil Cioran. A livello percettivo è così e a suggerire la stessa percezione – di profondità appunto – è anche la città di Napoli più meno da sempre. Anche questa sensazione è vera. Un napoletano come Patierno lo sa bene. Naples ’44, l’ultimo lavoro del regista partenopeo, uscito in anteprima nazionale ad Ottobre all’interno del Festival del cinema di Roma, è un film imperfetto, sbavato; eppure colpisce, eppure emoziona.
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Lo si può facilmente intuire se ci si avvicina con l’occhio a questo docu-film densissimo. Il cinema italiano non splende troppo e ha il fiatone eppure qualcosa ogni tanto appare scintillare. Nonostante la fiacca intuizione registica che spesso sfocia nel banale, sarà forse la mia personale predilezione all’argomento, ma credo che Naples 44 sia una piccola scintilla in bianco e nero.
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Il film nasce dal libro-testimonianza dall’omonimo titolo scritto dal britannico Norman Lewis, che negli anni della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista sbarcò nel meridione, a Napoli per l’appunto. Il racconto cinematografico di Patierno dell’opera si districa benissimo nella grande farragine di pellicola usurata dal tempo dell’istituto Cinecittà – Luce, che documenta un passato che per la città di Napoli sembra rappresentare come un “eterno ritorno”. Un ritratto atemporale, un passato e un presente immutati, – si intenda bene, solo per gli aspetti antropologici! – dove si infrangono immagini di caos assoluto; caos non solo di una città in guerra, sventrata; un caos ben più spaventoso, un caos endemico di questo popolo, che agli occhi del soldato e scrittore straniero è irriconoscibile, totalmente ignoto.
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Dunque immagini, immagini di repertorio accompagnate dalla musica e dalla voce narrante di Adriano Giannini (nella versione inglese Benedict Cumberbatch) che legge proprio i passi dell’opera di Lewis pubblicata nel 1978. A queste preziose celluloidi da archivio che farebbero impazzire qualsiasi feticista della cinefilia più bisunta e sconosciuta (io sono tra questi), sono intelligentemente affiancate brevi sequenze dei film del periodo postbellico, dai quali come l’eruzione del Vesuvio che troneggia ed è simbolo del racconto, sono straripati i film che hanno reso la nostra cinematografia una gloria amatissima.
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Napoli milionaria, Paisà, Chi si ferma è perduto, Il re di Poggioreale, Il miracolo di San Gennaro, Le quattro giornate di Napoli. Si riconosce anche CATCH 22 di Mike Nichols. Spicca soprattutto La Pelle della Cavani le cui sequenze tornano a ripetersi e creano un impatto ancora più violento. Tutti questi sono la finzione nella realtà, che pure sembra così atroce da apparire anch’essa finta; si vede il viso mimetico di Totò scandire il tempo dei disastri che si abbattono sulla città e intervallarne quasi per una allegoria del conflitto la miseria. È questo il contrasto filmico e di linguaggio più azzeccato.
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Patierno è napoletano e chi meglio di lui poteva cogliere in maniera tanto esatta e con originalità la natura di questo mondo? Guai a sostenere scontata la scelta di montaggio: Napoli è realmente questo: un ossimoro ben sintetizzato dall’alternanza simbolica del riso (Totò) con l’atroce asfalto divelto. E l’intero film sembra essere saggiamente costruito su questo assunto. Passato e presente, pellicola di repertorio e pellicola di finzione. E tutto ovviamente sembra fondersi, smarrendo il vero e il falso. Perché Napoli e la sua gente sono anche un abile palcoscenico di maschere.
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Certo è che l’errore è proprio dietro l’angolo. La scelta di Patierno – il mash-up – è pericolosa, tenta sempre di sfociare nella retorica, nel già visto, nella trappola dei luoghi comuni che tanto hanno detratto alla bellezza di Napoli, soprattutto perché si racconta una realtà esistita, una realtà già raccontata nella forma scritta. L’intento del regista è quello giusto e ambizioso di prendere pieno possesso delle parole di Lewis, tanto da riuscire a tradurle in immagini. La parola vuole adagiarsi solamente, la parola vuole esistere per lo spettatore solamente in virtù dell’esistenza di quei volti, di quelle immagini, solo perché esiste il cinema che Patierno vuole mostrarci. Questo non sempre accade, e non accade per esempio ogni qualvolta compare un confronto con il presente, che sebbene come riportato sopra sembra non voler cambiare, è certo che è capace di stridere, è certo che si tratta di un esubero di pellicola che nulla aggiunge ai perfetti fotogrammi selezionati. Altrove riesce bene e pare miracolosa la fusione delle parole con le immagini e commuove.
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Commuove quando l’occhio si imbalsama a guardare solamente i gesti di un popolo esistente: le donne asserragliate tra le macerie in attesa di una razione, i “guaglioni” sporchi e sempre vispi. Questa è la fortuna del film: la profondità struggente. Ma questo è fin troppo chiaro a tutti, e ripeto, quando qualcuno decide di riesumare la memoria storica è troppo facile approvare, per soprattutto. Ad ogni modo sì che il film di Patierno vuole raccontare! Insegnare? Forse. Non temo di dire che non lo so. Da qui comunque è indubbia una tendenza didascalica tutta formale rimproverata al film (si veda l’incipit in cui un uomo, presumibilmente lo scrittore stesso redivivo, riscopre dalla terra un vecchio orologio da polso: il primissimo piano sul retro dell’oggetto rivela in modo naif il nome di N. Lewis).
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Assunto ciò bisogna ammettere che il materiale umano in ogni secondo della pellicola è vivo comunque, è vivo sempre ed è per questo che solo approssimando si direbbe che il film vuole insegnare che la guerra è un orrore. Certo lo è, ma il punto è un altro; si vuole informare lo spettatore piuttosto, attraverso un’interessante opera di finzione, cosa contiene e cos’è il contenuto di questa città. E’ uno scavo antropologico profondissimo. Quanto alla forma che adotta il regista, ne abbiamo già parlato: quasi inevitabile, ma non sempre riesce. Comunque incuriosisce, aguzza l’occhio. Napoli è magmatica e così è anche la forma filmica che racconta la città.
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La pulsione di vita nello scenario di irrimediabile morte che incombe per le strade di Napoli e gli occhi dei suoi abitanti portano con se anche una domanda che interroga direttamente il cinema e lo interroga con l’insolenza e la crudezza tipica di questa umanità eretica rispetto a ciò che il mondo muta – Napoli e la sua “materia infuocata” è probabilmente un’eccezione bellissima nel mondo. Dunque la domanda: qual è la direzione che il genere documentaristico vuole e può seguire oggi, o meglio dovremmo dire il docu – film? ma soprattutto un’affermazione: in Italia il documentario è una delle forme che attualmente alcuni dei nostri cineasti sembrano prediligere e difficilmente rischiano, imboccando questa strada, di toppare completamente. Si sa, il nostro “cinema moderno” nasce dal cinema realistico (neorealismo) nel secondo dopoguerra che talvolta ha saputo rasentare grazie ad alcuni registi una tendenza documentaristica. Ora il genere sembra essere una felice zona – confort per gli autori.
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Forse è aldilà di questa che il documentario può evolversi, cambiare e splendere meglio e aldilà di questa anche Naples 44 può essere festeggiato. Ad ogni modo questo è un omaggio spassionato ad una città passionale; è un omaggio pieno di dolce malinconia che è pur sempre bella da provare ed è bene che sia suscitata. Anche questo come il libro è un memoire per il regista. Per lo spettatore che non sa cosa accadeva a Napoli nel momento dopo l’armistizio e soprattutto ignora cosa sia Napoli e quale sia il suo humus privo della retorica, è un viaggio storico straniante, facile da comprendere solo attraverso le sensazioni. È un connubio atipico Naples ’44, un esperimento curioso nel quale il passato ha invaso senza sosta il presente. È davvero l’esatta stortura, la natura caotica nel quale è imbrigliato il nostro cinema: un presente scoraggiato dal passato insieme ad una comunicazione tra i tempi in realtà inesistente. Naples ’44 è magnifico perché dichiara involontariamente questo esemplare errore moderno.