Arrivato al quinto lungometraggio in carriera, ed installatosi oramai come cineasta polivalente refrattario a qualunque apprensiva conformità manierista, Carlos Reygadas, forte di questo irreprensibile status, si propone d’informare il pubblico con la sua ultima opera: definitivamente intima e deliberatamente personale.

Ribadendo uno dei topoi centrali di tre quarti della sua filmografia (lo svolgersi degli algoritmi relazionali all’interno delle famiglie) e confrontandolo provocandone i vertici degli svariati – e tuttavia ciclici – risultati possibili dalle infinite equazioni interpersonali; viaggiando quindi tra quadretti domestici inscenanti affiatamento (Batalla en el cielo), infedeltà (Luz silenciosa), incomunicabilità (Post Tenebras Lux), sostando frequentemente nello spazio della metafora (tra tori che dilaniano asini e si battono per la vacca del branco), stabilendo, come da consuetudine, la concezione di simbiosi viscerale tra l’uomo e la natura.

E’ Reygadas, ma calato tramite l’escamotage dello pseudonimo in una mise en abyme che sfocia direttamente nella realtà altra dei suoi film. Diegeticamente presente nello script con il nome di Juan, il regista – in veste di demiurgo – traccia le linee del racconto sul dialogo sentimentale aperto con la moglie, tra i fondali rurali del suo Messico.

Dalla sinossi semplice e lineare, i pretesti del discorso introducente Nuestro Tiempo sono presto annunciati: la moglie di Juan, Esther, forte del consenso del marito (i due vivono una relazione aperta), tradisce ripetutamente lui con altri uomini; a dare una svolta imprevista alla quotidianità della coppia sarà un tradimento taciuto e nascosto agli occhi dell’uomo, che scoperto il torto, subirà un contraccolpo che lo porrà nella situazione di rimettere in discussione lo statuto e le regole del rapporto sentimentale/sessuale con la moglie.

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Non mancano nella lunghezza periodi di stanca apparente, costellati da sequenze apparentemente ondivaghe la cui esattezza si rileverà solamente sulla distanza, o coté della trama reiterati insistentemente a più riprese, scene su scene che non aggiungono ma accumulano. Ed è anche il ritmo cadenzato ad insinuare, a più riprese, il dubbio che si stia perdendo il fil rouge della narrazione (nonostante non sia certo la combina con un minutaggio importante ad affrancare una critica all’inedita schematicità narrativa adottata da Reygadas per questo suo ultimo film, né a fare da movente per un’ipotetica offensiva alla ripetitività dei gesti adoperati dai protagonisti). Bisogna presto abituarsi alla nuova modulazione narrativa del cinema del messicano, che questa volta più che mai, ha bisogno di prendersi tutto il tempo necessario, non tanto per raccontare di Loro, ma per ingabbiare in una stasi i sentimenti (forte di una stoica, sincera e già affermata scrittura, scongiura più di una volta ammaraggi melensi, Reygadas, in una sequenza ad alto coefficiente di rischio ‘mesto-mélo’, durante la lettura in voice over di una lettera destinata ad Esther, assumendosi il rischio (s)comodo di planare – letteralmente – sui terreni fertili e acquitrinosi della drammaturgia) che li intercorrono e li percuotono, cristallizzare il tempo; tutto ciò che Juan e Esther esperiscono viene illustrato su due fronti, scomposto e tradotto pedissequamente in allegoria, che passa nella precisione figurale di cui vengono (filmati ed) investiti animali e locations.

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Ma esiste anche un’altra frontiera di Nuestro Tiempo, nascosta dal profilmico agli occhi dello spettatore, elaborata nel fuori campo in un surrogato di movimenti e non movimenti impercettibili, di tempo raccolto che è già passato, di parole non dette lasciate fuori dall’inquadratura e, simultaneamente, dalla diegesi; riferimenti, strascichi, omissioni. Qua Reygadas calibra i teoremi e gli sguardi fuoricampisti di Dumont e Assayas, assorbendo da quest’ultimo e ricordando frammentariamente la sua penultima fatica (Personal Shopper, 2016), mediante un richiamo insistito alla comunicazione cross-media (vediamo spesso coniugi e comprimari in continua comunicazione a distanza tramite Skype, sms, mail…) e all’adozione occasionale del formato di narrazione transmediale.

Nuestro Tiempo, film che volendo iperbolizzare non mi pentirei di definire privato e periferico, all’interno dell’opera omnia del regista, si delinea forse come il controcampo antitetico ideale del suo secondo progetto a tredici anni di distanza (Batalla en el cielo, 2005); dal macro al microcosmo, da una città a una casa, da un popolo ad una famiglia, il director di Post Tenebras Lux proietta nel privato impasse e tribolazioni comuni dei rapporti interpersonali d’amore (?), in un film che potrebbe rivelarsi un nuovo step evolutivo del cinema di Carlos Reygadas o forse, un titolo puramente episodico. Anche questo, sarà chiaro a suo Tempo.