A prima vista Stranger Things, la serie sci-fi diretta dai fratelli Duffer e distribuita da Netflix a partire dal 15 luglio 2016, sembrava non avere nulla di potenzialmente originale o particolarmente attrattivo. Presentata, inizialmente abbastanza in sordina, come una “banale” serie di fantascienza anni ‘80, poteva per certi versi apparire come l’ennesima riedizione in salsa seriale dei Goonies. Eppure in poco più di un mese è riuscita a imporsi come una dei prodotti più apprezzati dell’anno e a raggiungere da subito lo status di instant cult.
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La vicenda, ambientata nel 1983, ruota attorno alla misteriosa scomparsa del piccolo Will Byers e agli “strani eventi” che parallelamente iniziano a sconvolgere la “tranquilla” cittadina di Hawkins, dove fanno la loro comparsa una ragazzina dotata di poteri telecinetici, alcuni minacciosi ricercatori di una base governativa top secret e un’inquietante presenza mostruosa. Gli 8 episodi seguono il dipanarsi delle ricerche condotte dai tre amici di Will, dalla madre (interpretata da Wynona Rider) e dal poliziotto Jim Hopper.

Da subito è stato notato come una caratteristica predominante della serie sia il ricorso a un citazionismo più o meno esplicito nei confronti dei film di Spielberg, dei romanzi di King e più in generale di tutto ciò che abbia a che fare con l’immaginario horror-fantascientifico da blockbuster. Alcuni, come Ulysses Thevenon si sono divertiti a mostrare i numerosissimi parallelismi scenici tra Stranger Things e film quali E.T., Lo Squalo o Stand By Me.

 Altri, tra cui lo youtuber Erik Voss, hanno rintracciato una fittissima rete di riferimenti a film, musiche e cultura nerd anni ’80.

Questa innegabile componente ha però spinto alcuni ad affermare che Stranger Things sia sostanzialmente riducibile a “una serie per i nostalgici degli anni ’80” in cui “non c’è quasi niente di davvero originale” (Giovanni Ansaldo su Internazionale) o che in realtà la serie si salvi solo per questo raffinato gioco di riferimenti.

Per smentire una così facile banalizzazione basti notare, da un lato, come il successo sia stato più generalizzato rispetto alla nicchia riconducibile agli ex-ragazzini vissuti negli Eighties e dall’altro come gli 8 episodi costruiscano un’atmosfera per nulla paragonabile ad un freddo universo citazionistico.

E proprio dal punto di vista emotivo la serie gioca la sua carta vincente: riesce infatti nell’ardua impresa di creare una nostalgia retrò che attinge a un passato idealizzato, ma allo stesso tempo filtrato da una sensibilità spiccatamente moderna. Questo perfetto equilibrio si attua su più livelli sia dal punto di vista formale che contenutistico.stranger-things-1

Retro Wave

Uno dei motivi di maggiore fascino della serie è sicuramente la colonna sonora e la sua gestione. La realizzazione è stata affidata al gruppo synthwave SURVIVE composto da Kyle Dixon e Michael Stein che si è occupato sia della composizione di alcuni brani (https://open.spotify.com/user/lakeshorerecords/playlist/2OcVGJYYkwFuoqFZbaq2Sk) , sia della scelta dei brani originali (https://open.spotify.com/user/netflixmusic/playlist/2X6z5kU0wMnKoar8i1RN6B).

Il risultato è un sound che, per quanto ispirato alle musiche dei film di Carpenter e a ritmi new wave anni 80, mantiene un minimalismo e una ripetitività che risentono molto delle influenze techno più recenti e si inseriscono appieno nel solco della moderna new retro wave o dream wave. Alcuni brani assumono così un’enorme efficacia descrittivo-narrativa: in primis la sigla che tramite un crescendo basato sulla ripetizione del medesimo accordo crea quel mix di suspance e mistero che andrà poi a caratterizzare lo svolgersi della trama.
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Per quanto riguarda la scelta dei brani originali il repertorio si è ovviamente concentrato su brani anni ’80 o su brani precedenti che continuavano ad essere di moda all’epoca. Anche in questo caso però la scelta non è mai casuale, ma tende anzi a valorizzare gli elementi più strettamente contenutistici. Il carattere timido e introverso del fratello di Jonathan Byers è spesso associato a brani punk-rock mentre le scene di socialità tra ragazzi sono commentate da una musica dance più mainstream. Un discorso a parte merita poi la canzone Should I Stay Or Should I Go dei Clash, fatta ascoltare nella prima puntata da Jonathan al fratello Will: il brano viene riproposto più volte durante il corso della serie diventando il simbolo della presenza (should I stay) e al contempo dell’assenza del piccolo (should I go).

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Una ricerca collettiva

La rilettura degli anni ’80 operata dai fratelli Duffer si attua anche dal punto di vista della connotazione dei personaggi. Pur attingendo a piene mani ai cliches tipici dell’immaginario adolescenziale americano (le dinamiche da college, il gruppo di ragazzini in bici, la contrapposizione tra nerd e ragazzi “più popolari della scuola”) Stranger Things riesce a integrare la narrazione con un punto di vista molto meno stereotipato.

In primo luogo l’universo dei “grandi” non viene eliminato, ma assume un ruolo importante nello sviluppo delle ricerche: la madre di Will è la prima a non arrendersi alla scomparsa e a ristabilire un contatto sentimentale con il figlio così come Jim Hopper non è il classico sceriffo incapace che ostacola le ricerche dei protagonisti, ma un indispensabile aiuto per il loro svolgimento.
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Altro tratto nettamente anticonvenzionale è il protagonismo dei personaggi femminili. Nancy Wheeler, non è “la ragazza carina che tutti vogliono conquistare”. ma uno delle figure più spregiudicate della serie: è lei che senza eccessiva pruderie sceglierà di fare sesso con Steve ed è lei che sceglierà di armarsi contro il Demogorgo. Allo stesso modo Eleven, la ragazzina dotata di poteri soprannaturali, salva più volte i suoi amici ed è l’unica a possedere tutte le risposte ai misteri di Hawkins.

In generale si assiste alla creazione di un approccio poliedrico allo svolgimento della trama.  Al gruppo principale composto dai tre amici di Will e dalla misteriosa Eleven si associano da una parte quello dei teenager (Nancy, Jonathan e Steve) e dall’altra quello degli adulti.
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La regia gioca sull’alternanza di questi tre nuclei narrativi da diversi punti di vista: ad un livello più basilare interrompe un filone in favore di un altro creando una sensazione di tensione e coinvolgimento continui; ma l’intreccio delle tre diverse quêtes serve anche a suggerire il convergere di tre differenti tipi di ricerca: quella fantastico-scientifica dei tre piccoli nerd, quella investigativo-cospirazionista degli adulti e quella d’azione di Nancy e Jonathan. L’insieme suggerisce la necessità drammatica di una compartecipazione dei tre aspetti che giungeranno a una perfetta sintesi solo dopo l’abbandono delle reciproche diffidenze maturato nel finale.

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The dark side of the 80’s

A questa rappresentazione più complessa dell’universo fantascientifico anni ’80 contribuisce anche un’innegabile sfumatura dark. La spensieratezza adolescenziale di film quali I Goonies, Stand By Me o E.T viene contaminata con una componente horror che ricorda gli scenari inquietanti de Lo Squalo, ma soprattutto dell’Alien di Ridley Scott. L’innocenza e la fascinazione ottimistica verso un futuro fatto di tecnologia e progresso economico sembra così già offuscato da una disillusione molto più tragica e per certi versi più violenta fatta di mostri disturbanti, uccisioni spietate e ricorso alle armi.
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La scena simbolo in questo senso si ha nel 7° episodio. I tre amici di Will con Eleven stanno fuggendo in bicicletta inseguiti dai furgoni della base governativa che è riuscita finalmente a mettersi sulle loro tracce: la sequenza ricorda in modo molto esplicito un’analoga scena di E.T. Improvvisamente uno dei veicoli ostacola loro la strada. Lo spettatore è portato a questo punto ad aspettarsi il celeberrimo volo su bicicletta spielberghiano. Si verifica invece uno scarto che esprime il divario tra i due immaginari fantascientifici: Eleven non fa fluttuare i propri amici tra cielo e terra, ma in modo estremamente più pragmatico e violento distrugge il furgone nemico liberando la strada.
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In ultima analisi dunque Stranger Things non solo non è una “serie per amanti degli anni ‘8o”, ma il suo citazionismo straniato finisce per rappresentare la più colossale smentita di quella stessa idealizzazione che sta alla base di un facile sentimentalismo retrò. La compresenza di fascinazione passatista e coscienza della modernità riesce nel piccolo miracolo di creare una nostalgia inquieta, coinvolgente, ma allo stesso tempo problematica.