Proprio mentre imperversano i fatti di Parigi, Rithy Panh apre il Torino Film Festival con un documentario dalla durata di soli settantacinque minuti: “La France est notre patrie”.france-patrie-0Dimenticate la pace e la prosperità, le immagini che scorrono sullo schermo non sono che immagini di guerra. Solo che noi non vediamo esattamente immagini di guerra: a parte piccole eccezioni, non c’è trincea, non ci sono soldati, non c’è niente che possa essere definita come “immagine di guerra”. Vediamo piuttosto una serie di popoli tra Asia ed Africa che sarebbero poi stati brutalmente colonizzati dalla Francia.

La guerra senza la guerra, dunque. Proprio come ha fatto recentemente Jacques Audiard con “Dheepan- Una nuova vita”, premiato a Cannes con la Palma d’oro. Anche quest’ultimo film parlava di guerra senza mostrarcela direttamente. Nell’ottica di Audiard, la guerra non era in Sri Lanka, paese da cui è fuggito Sivadhasan alias Dheepan, la guerra è nella Francia stessa, negli scontri per le strade, nella quotidiana lotta per la sopravvivenza.
Questo dato molto forte accomuna questi due film francesi: il fatto che descrivano la Francia come un paese profondamente belligerante e sanguinario, pur senza mai lanciare un’accusa diretta, preferendo relegare quest’idea nel significato latente dei due film. E c’è di più: il film di Rithy Panh parla della Francia senza mai mostrarla.

franced_is_our_mother_countryRithy Panh è nato in Cambogia, ma si è rifugiato in Francia per sfuggire al genocidio cambogiano negli anni ’70. In Francia ha potuto realizzare una serie di documentari proprio su quest’argomento. Come per Sivadhasan/Dheepan, anche per lui la Francia ha rappresentato prima la terra della libertà, della nuova vita, quella in cui è stato in grado di parlare liberamente dei fatti del suo paese, poi la terra della guerra, in cui all’improvviso la violenza può esplodere. Ha vissuto per anni un’identità sospesa tra il suo lato cambogiano e il suo lato francese. Ma nel momento del bisogno, eccolo stringersi attorno alla nazione ospitante perché è la Francia la sua patria. E così lo è stato per tutte quelle popolazioni che per secoli sono state colonizzate da questa nazione.

La violenza impiegata era ingiusta, vista la passività con cui gli indigeni hanno e avrebbero comunque accettato di far parte della Francia. Il film è in bianco e nero e muto con le didascalie, ricordandoci cosa è stato in grado di far nascere questo paese: il cinema, ciò che è parte dello stesso regista. Pur mosso da intenzioni bellissime, “La France est notre patrie” ha qualche difetto.

Più che altro, era un film che avrebbe potuto essere più espressivo, usando un montaggio più dinamico. Ma piace perché è un film necessario, necessario più che altro per chi lo ha realizzato: è come se lo spettatore potesse vedere il regista mettere insieme i pezzi della sua stessa identità.
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