C’è qualcosa di geniale, di nuovo e c’è qualcosa di assolutamente mainstream nell’intera opera del regista statunitense Wes Anderson. Ma si potrebbe anche dire che tutti i suoi successi sono genitori di un’ “aporia” che spacca la critica. C’è una non uscita, un vicolo cieco che è quello interpretativo. Tanti, di tanto in tanto hanno affibbiato ai suoi film etichettature diverse, sbrigando la questione con l’apparenza e la semplificazione delle categorie, eludendo la profondità che resta sempre sedimentata.
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Tutto il nodo dialettico trova riscontro nella neonata cultura, nell’attualità, spesso sospesa in questo gioco un po’ bambinesco di dare nome alle cose senza approfondimenti di sorta. Mainstream, hipster o indie sono le mode che in loro sostegno hanno la cultura che ha compreso da subito anche il cinema. Da qui sorge immediata una domanda che – forse ingenuamente – mi preme: resta davvero l’opera sola a parlare quando a questa vi si sovrappongono categorizzazioni, definizioni, “campanilismi culturali”? forse.

L’aporia, l’insolubile, è questo fastidioso muro che compromette ogni comprensione possibile. Accanto a tutto ciò, d’altra parte, abbiamo un regista che nella moda ci sguazza. Dunque l’ossimoro che crea l’aporia e aumenta il valore della nostra discussione. Wes Anderson – è vero – è un regista che ha fatto del suo lavoro fin ora una rinomata fiera pop dove si muovono personaggi basculanti. Questa incertezza è oro puro quando si parla di arte, di cinema come in tal caso, ed è anche il motivo per cui risulta interessante parlare del nuovo, di un nuovo che sorge direttamente dai terreni fertili del cinema passato e che anche per questo attrae gli sguardi della cinefilia moderna – che sia quella mainstream, appunto, o quella più legata a canoni noti. Quindi è bene anche che l’aporia, il sospeso facciano parte di un’opera d’arte, pena la mancanza stessa del valore artistico. L’opera e l’intera carriera di Anderson hanno attraversato tutto questo e riflettono le mode che nei suoi film sembrano essere mode universali, mode senza tempo, di un tempo che si è fermato insieme con i suoi personaggi.
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Anderson tira uno scacco mirabile a spettatori ed esperti: come le mode (e coloro che le rispettano pedissequamente!) seguono dei compartimenti di pensiero, di valori quasi immutabili (mutano solo perché ne nascono di nuove), anche il mondo dei personaggi del regista texano vive in modo sofferente un latente manicheismo tutto pressato nei simboli che il regista ama disseminare qui e là, dai costumi esatti, ai caratteri fisici e psicologici che descrivono i singoli personaggi. Tutto questo contribuisce alla creazione – per antitesi con il concetto stesso di moda – di un mondo quasi mitico in cui alla fine il manicheismo –che collide e perde contro il mondo – lascia spazio solamente al bene. Il male viene diluito e arriva nei personaggi, nelle vicende ad un clima piacevolmente temperato. Anderson si inserisce perfettamente nel nuovo millennio, cogliendo i cambiamenti del mondo, attraverso i tentativi di adattarsi dei suoi personaggi, così inaugurandolo: la sua ascesa nel mondo del cinema, infatti, ha inizio nel 1996 con un primo cortometraggio, poi reso film lungometraggio “Bottle Rocket” (in italiano diventa Un Colpo da Dilettanti).
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L’opera appare già da subito seminale e anticipatrice dello stile che caratterizzerà l’intero catalogo filmico successivo. Questo annovera e stigmatizza subito il regista nella fitta e disordinata corrente “indie” e trova spazio all’interno del Sundance Film Festival, dedicato al cinema indipendente. Se si guarda Bottle Rocket, pare evidente – sebbene spoglio e ancora privo degli orpelli di un cinema delle grandi produzioni hollywoodiane – come emergano già i temi e le atmosfere del gusto di Anderson. La vicenda di questa opera prima è semplice e sembra quasi trarre spunto dal cosiddetto cinema americano di serie B, che aveva già ispirato Godard nella realizzazione di pietre miliari della Nouvelle Vogue quali “Bande à Part” (1964) o “À Boute de Souffle” del 1960. Il titolo italiano traduce bene l’intera vicenda; si tratta infatti di un vero colpo da dilettanti. I due protagonisti Anthony e Bob capeggiati dal terzo loro compagno di avventura Dignan (Owen Wilson), si ritrovano coinvolti in un funambolico piano criminale ideato da quest’ ultimo che irrimediabilmente finisce per fallire e i tre si scoprono, come spesso accade nei film successivi, incapaci di compiere il male. I tre personaggi li ritroviamo già smaglianti nelle forme neonate dei soggetti tipici del regista, con accanto a loro tutti o quasi i “topoi” che hanno innervato il suo lavoro fin ora: prendiamo ad esempio, la rilevanza che hanno per il regista, il lavoro di squadra, il nucleo di appartenenza.
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Questi appaiono subito quasi come un evangelico slancio verso la solidarietà, che spiccherà ancor meglio nei lavori successivi, come in “The Life Acquatic with Steve Zissou” (2004), nel quale il protagonista espande la sua ombra, il suo campo di azione tanto, fino ad includere più personaggi che qui sono un intero nucleo, una squadra vera e propria di esploratori marini alle prese con scopi più nobili dei precedenti ma altrettanto utopici e impopolari. La solidarietà e il gioco di squadra che vincono sempre sul male, sono presenti anche in “Moonrise Kingdom – una fuga d’amore” del 2012, dove incontriamo un intero campo scout come sodale dei due protagonisti e che nel ribelle e solitario ragazzino protagonista sembrano riecheggiare i tratti di Antoine Doinel ne “I Quattrocento colpi”; ancora nel precedente “The Darjeeling Limited”(2007), il protagonista Francis Whitman (Owen Wilson) più volte fa appello all’unità in questo caso famigliare tra i tre fratelli, o meglio ancora si può dire che qui, l’unione e la condivisione sono il vero motore della trama, nonché del viaggio indiano. Questo peculiare elemento sembra svegliare nello spettatore l’empatia verso i personaggi che proprio attraverso la necessità, talvolta anche forzata, della solidarietà e della condivisione alla quale adempiono e contro la quale perdono riescono – personaggi e spettatori – a raggiungere una catarsi dei propri personali dolori, dei propri personali fardelli esistenziali e delle proprie personali lotte. Ne scaturisce una vera e propria “nova humanitas”.
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Partendo sempre da Bottle Rocket, avendolo come riferimento per la nostra disamina, si riesce bene a realizzare quanto Anderson sia anche un regista colto, un vero cinefilo, amante e studioso della settima arte. Non è un caso che i suoi film spesso rendono – in modo esplicito o meno esplicito – omaggio a scene e opere a lui predilette, tanto da trovare possibile la definizione di un cinema che cita se stesso in continui rimandi e rivisitazioni sublimi. Sempre qui infatti è chiaro per esempio, come si intuisce la somiglianza tra la sublime scena della rapina nel film di Godard “Bande à part” con la rapina ad opera dei due neo delinquenti ai danni di una libreria: il personaggio di Anthony mentre compie l’atto criminoso è infatti improvvisamente distratto da un libro, come il suo più spietato predecessore Arthur (Brassens) nel capolavoro della Nouvelle Vogue.
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La coltre dottissima che riempie i film di Anderson non si esaurisce qui; il film “I Tenenbaum” uscito nel 2001, appare essere un intero omaggio al secondo capolavoro di Orson WellesL’orgoglio degli Amberson” (1942). Qui oltre ad essere ispirato totalmente dal cinema del regista di Quarto Potere, troviamo anche una sincera “copiatura” della scena iniziale del film di Welles. Notiamo infatti come entrambi inizino con un’inquadratura a tutto campo che riprende la casa della famiglia (i Tenenbaum), e a fare da accompagnamento, una voce fuori campo. Anderson non nasconde nemmeno la sua passione per Bollywood, che immancabilmente permea tutto il sopra citato “The Darjeeling Limited”. Qui si avvale soprattutto di omaggi sonori attraverso la colonna sonora che ruba direttamente dal territorio della musica commerciale e cinematografica indiana riesumando il duo Shankar Jakishan protagonista di tanti film “Bollywoodiani”.
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In accordo con la peculiarità tematica delle storie che popolano il cinema di Anderson e in accordo con la psicologia dei suoi personaggi, il regista dedica ampio spazio alle tematiche quali l’adolescenza e il rapporto con il mondo adulto oltre che con il mondo esterno. Il film “Rushmore” del 1998, lo troviamo seminale proprio in questo senso: Anderson affronta qui per la prima volta questo argomento a lui caro, dove emerge tutta l’incapacità di dialogo tra due universi –adulti, ragazzi – che spesso vivono confusi i ruoli, spesso gli adulti sono immaturi e più incompleti dei giovani e mai il contrario. Il problema della difficile comunicazione che in piccolo attanaglia i due mondi, si estende per comprendere una sfera più ampia e agisce da “isolante” sui protagonisti. Essi infatti sono quasi sempre dissociati dal mondo esterno e dalle sue regole. Ecco perché i personaggi di Anderson sono basculanti. Ecco l’aporia. Essi sono l’esatto specchio di una società di incerti, tanto incerti che occorre pretendere sicurezze apparenti e superficiali che ben si sintetizzano al livello dell’iconografia dei personaggi. Tutti bisognosi di definizioni che puntualmente vengono disattese. Ecco ciò che in Anderson è probabilmente da considerarsi una caratteristica geniale: egli riesce a far parlare i suoi personaggi non solo attraverso il dialogo dal quale si eludono le emotività, ma riesce a renderli parlanti anche nel silenzio, attraverso la pura iconografia, attraverso il “significante” spiccatissimo del suo stile iper curato.
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Questo elemento sembra apparire la metafora e rappresenta la contraddizione aporetica insolvibile: Anderson parla – forse inconsapevolmente –di questo contrasto, cioè il richiamarsi alle mode per essere decifrati e decifrabili, essere visibilmente pop eppure restare ugualmente personaggi problematici perché immaturi, lascivi o iperattivi ma soprattutto e in definitiva totalmente fiabeschi; un contraddizione che deve sfuggire le etichettature per farsi comprendere. Nelle divise colorate e dal sapore antico che fa indossare un po’ a tutti i soggetti dei suoi scanzonati e al tempo stesso dolorosi miti moderni c’è sia il favoloso che la sua perdita. Non solo. Nelle loro maschere sono personaggi del tutto innaturali. È facile approvare ed empatizzare con loro, perché come noi si nascondono dietro i costumi più belli, perché come noi sono in procinto di crescere, di cambiare. Perché come noi combattono contro una domanda grandiosa “essere sarà naturale?”. Dunque appare fin troppo chiaro che nell’abbagliante colorato dell’estetica del regista, c’è di più della sua sublime affezione alla perfezione tecnica e scenografica che è di un esteta vero e proprio, di un designer; o meglio ancora la perfezione stilistica la ritroviamo anche e soprattutto nella capacità di usare la macchina da presa con l’originalità più viva. A questo punto è chiaro come tutta la sfera del significante appaia ben più grandiosa del significato.
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Questo crea l’aporia che è la fortuna dell’arte: lo spazio misterioso che Anderson lascia aperto tra estetica e significato-senso continuando ad abbellire la realtà e la vita, usando il gioco come forse solo un buon cineasta riesce a fare. In ultimo è bene chiarire come questo regista sia il perfetto e auspicato sincretismo ben riuscito del neorealismo con la iper citata nouvelle vogue: riprende infatti, l’ottimismo e il buon senso verso il reale della corrente italiana del dopo guerra, tutto piegato nei personaggi sempre buoni e umani unendolo all’insicurezza e la perdita di senso della corrente francese aggiornata ai nostri tempi con la sua –parziale – accettazione e consapevolezza.